[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]A personaggi ed eventi importanti del passato si dedicano celebrazioni quando gli anni finiscono per zero o per cinque. Una violazione a questa regola non scritta è legata alla scadenza dei diritti d’autore, fissata in 71 anni. A festeggiare sono principalmente gli editori, perché, finalmente, hanno la possibilità di riproporre liberamente l’opera dell’autore “liberato”. Come è avvenuto, quest’anno, con George Orwell (nickname di Eric Blair, 1903-1950), morto nel gennaio del 1950, giusto 71 anni fa.

Non si contano infatti le riedizioni del suo romanzo più famoso, La fattoria degli animali – una favola, scritta tra il 1943 e il 1944, che racconta la rivoluzione messa in atto dagli animali di una fattoria inglese a danno del padrone-uomo che prima governava come un sovrano assoluto, sfruttando le creature che la abitavano; ma l’uguaglianza iniziale tra gli animali a poco a poco si deteriora a vantaggio dei maiali, il cui capo, Napoleon (in cui si adombra non solo Stalin, ma qualsiasi dittatore) elaborerà il seguente “comandamento”, che è il tradimento della rivoluzione egualitaria: tutti gli animali sono uguali ma alcuni animali sono più uguali degli altri –, come anche dell’altro suo romanzo distopico, 1984, in cui, pensando a quella sorta di vocazione all’obbedienza manifestatasi nel consenso ai regimi fascista e nazista, e pensando anche alla società staliniana del 1948 (anno in cui il romanzo fu concluso), Orwell immagina una società organizzata come una piramide, dominata da un Partito Unico, al cui vertice sta il dittatore, il Grande Fratello.
Finora, però, non mi risulta che circolino riedizioni di un altro capolavoro di Orwell, Fiorirà l’aspidistra. Ed è un vero peccato, per le ragioni che ora cercherò di spiegare e che attengono alla natura proteiforme e seduttivamente medusea del capitalismo, di cui quel romanzo è tramato.
Fu verso la fine di agosto del 2017 che da un rigattiere di Floridia misi le mani, per un solo euro, su quel romanzo. Lo scovai quasi annegato tra altri ‘libracci’ e mille altre cianfrusaglie (almeno tali erano per me; per altri potenziali acquirenti, invece, chissà quale e quanta ‘bellezza’ irradiassero), e quasi lo ghermii, perché, avendone sempre rimandato l’acquisto, non credevo ai miei occhi d’averne trovata, per puro caso, una copia. E che copia!

Lo presi senza pensarci due volte, non per il prezzo, risibilissimo, ma perché era un libro (quasi) nuovo, cucito (l’avrei certo comprato anche se fosse stato un più modesto e incollato Oscar Mondadori), con modestissime slabbrature alla sovraccoperta, della prima edizione italiana, 1960, nella collana Medusa, diretta da Elio Vittorini, nella traduzione di Giorgio Monicelli. E allora non puoi non fantasticare per quali insondabili vie, attraverso quali e quanti passaggi di mano quel libro sia giunto, intatto (proprio nel senso etimologico, “non toccato”), nelle mani ‘insensibili’ di quel rigattiere, dopo l’uscita dalle presse delle Officine Grafiche Veronesi dell’Editore Arnoldo Mondadori, in un percorso temporale di ben 57 anni (il volume fu “impresso”nel mese di settembre dell’anno MCMLX).
Ambientato a Londra negli anni “entre les deux guerres”, precisamente nei primi anni ’30 del secolo scorso (ma non ci sono riferimenti storici espliciti), Fiorirà l’aspidistra fu scritto tra il 1932 e il 1936, anno della sua “first edition” in Inghilterra. Il protagonista, Gordon Comstock, ventinovenne, poeta, che era persuaso che «un giorno, forse, sarebbe riuscito a guadagnarsi la vita bene o male “scrivendo”; e ti saresti sentito affrancato dal puzzo dei quattrini, il giorno che fossi stato uno “scrittore”, nevvero?» (questo passaggio al “tu” è il commento, tra acidulo e disincantato, di Orwell), è un fiero avversario dell’americanismo (e del fordismo, dunque, per dirla con Gramsci), della schiavitù del (e dal) denaro, che è l’unico credo di quella società, che già allora andava imponendosi come vincente sui costumi degli europei (qui, degli inglesi). Assieme ad alcuni amici, Comstock diffuse «per un intero anno un mensile ufficioso chiamato “Il Bolscevico”, stampato in ciclostilo. “Il Bolscevico” sosteneva il socialismo, il libero amore, lo smembramento dell’Impero britannico, l’abolizione dell’Esercito e della marina, e avanti di questo passo. Fu un gran divertimento. Ogni ragazzo intelligente di sedici anni è socialista. A quell’età non ci si avvede dell’uncino che spunta dall’esca massiccia».
Il commento finale, puntuto, è dell’Orwell che già conosceva la tragedia del comunismo di Stalin. «I Comstock appartenevano alla più squallida delle classi sociali, la piccola borghesia, i reddituari senza rendita e senza terra». Orwell coglie, senza retorica, una verità assiomatica sulla piccola borghesia, confermata da valanghe di analisi sociologiche, sul ‘conservatorismo’ di quella classe, che alimentò i regimi totalitari (fascismo e nazismo) “statu nascenti” e oltre (mentre la grande borghesia li finanziò e ne trasse benefici). Ma Orwell non esce dall’orizzonte della borghesia. Come un entomologo, la disseziona, constatandone (e forse così anche contestandone) il culto del denaro. Non è senza significato, allora, l’incipit del libro, tratto dal capitolo 3 della Prima lettera ai Corinzi di san Paolo, in cui Orwell sostituisce alla parola “carità” la parola “denaro”: dove il testo biblico recita «la carità è paziente, è benigna; la carità non invidia…», il prologo orwelliano dice invece «il denaro sa resistere a lungo, ed è benigno; il denaro non invidia…». Ci convive, Orwell, con la borghesia, e, “en artiste”, cerca di salvarsi l’anima, attraverso Comstock, che, credendo nell’ideale socialista, con tragica ostinazione, vuole mantenere la schiena diritta davanti alle molteplici tentazioni che la società opulenta gli sbatte in faccia. «Uscire dal mondo del denaro, ecco che cosa voleva. Vagamente aspirava a una specie di esistenza totalmente priva di denaro, anacoretica», aggiunge Orwell.
Comstock, in nome di questo principio etico, prima che ideologico, preferisce lavorare, da commesso, in una libreria scalcagnata per pochissime sterline al mese (la descrizione del personaggio e dell’ambiente di lavoro, nelle prime pagine, è magistrale), piuttosto che fare da ‘quinta colonna’ del capitalismo, assoggettandosi a un “buon posto” e a uno stipendio presso la New Albion, una società di pubblicità, dove viene assunto, ma da cui preferisce licenziarsi, perché non sopporta di vendersi l’anima per un’impresa pubblica, «il nerbo della [cui] attività era dato dalla pubblicità di modisteria e di cosmetici sulle riviste illustrate femminili…» e dove «la maggioranza dei dipendenti appartenevano al tipo americanizzato, aggressivo, dei duri, quel tipo per il quale nulla al mondo è sacro, eccetto il denaro».
Qui Comstock conosce Rosemary, dello stesso ceto sociale, collega di lavoro, di cui si innamora e che lo riama perdutamente, nonostante l’estremismo ideologico anticapitalistico, che impone a Comstock il rifiuto del denaro che gli vogliono prestare sia Rosemary sia il suo unico amico, il ricco Ravelston, direttore della rivista di poesia «Anticristo». Insomma, per farla breve, Comstock percorre fino in fondo la sua discesa agli inferi, causata dall’inaspettato arrivo di un assegno di cinquanta dollari inviatogli dalla rivista americana «Californian Review» come compenso per la pubblicazione di una sua poesia. Cambiato l’assegno in banca con dieci sterline e «un mucchietto di mezze corone e di penny», Comstock perde la testa e va a spararsi quei soldi nel lussuoso ristorante Modigliani’s, a sbevazzare champagne, a ubriacarsi da un caffè e un pub all’altro, ad abbordare prostitute, fino a finire in prigione per oltraggio a pubblico ufficiale.
Saranno l’amore di Rosemary e l’amicizia di Ravelston a salvarlo, riportandolo alla vita normale, all’accettazione del mondo borghese come è, con le sue regole spietate e immodificabili. Si sposeranno, Gordon e Rosemary, e, alla moglie recalcitrante, Gordon ‘imporrà’ la presenza di un’aspidistra, la pianta che è, insieme, coprotagonista del romanzo e ‘figura’ di Gordon, compagna inseparabile delle sue traversie e peregrinazioni da un alloggio all’altro: «Gettando via il fiammifero, Gordon posò lo sguardo sull’aspidistra nel vaso verde. Era un esemplare particolarmente patito. Aveva soltanto sette foglie e non sembrava mai capace di metterne di nuove. Gordon aveva una specie di segreta contesa con l’aspidistra. Più di una volta aveva tentato di ucciderla, lasciandola morire di sete, schiacciando mozziconi di sigaretta accesa contro il fusto, mescolando perfino del sale alla terra del vaso. Ma le tremende creature sono praticamente immortali».
Come la dignità di Gordon, che, pur «languente e ammalazzata», è ben riconoscibile dall’inizio alla fine del romanzo, quando il movimento del primogenito nel grembo di Rosemary sancisce la definitiva accettazione dei canoni della vita borghese da parte di Gordon. Borghese sì. Ma addio poesia!
P.S. E se l’aspidistra, oltre alla dignità di Gordon, stesse a simboleggiare anche il capitalismo? Non sarebbe un’ipotesi peregrina, se si pensa che quella pianta una volta era la “pianta delle macellerie”, l’unica specie in grado di sopravvivere rigogliosa in un negozio freddo e buio, senza nessuna cura. Proprio come il capitalismo, che, pur messo in catene, calpestato, imbrigliato, rinasce sempre più rigoglioso, perché «le tremende creature sono praticamente immortali».[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Paolo Fai”][/vc_column][/vc_row]










