[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]

Oggi la letteratura contemporanea siciliana è impregnata di una nuova e più complessa capacità di revisione dei caratteri della nostra storia. Scrittori come Stefania Auci, Agata Bazzi, Maria Attanasio, Simona Lo Iacono, Silvana Grasso, Pino di Silvestro, Matteo Collura, Enzo Papa, tra questi anche la nostra Costanza DiQuattro, si sono occupati a scandagliare tante parti della nostra storia recente e lontana. Per capire la nostra identità bisogna ri-scrivere la storia, o comunque le parti più rilevanti di essa. Alcuni hanno indagato sulle famiglie imprenditoriali, che pure ci sono state, (i Florio, gli Arhens, i Whitaker, i Caflish) pochi borghesi, rispetto al Nord sviluppato; altri si sono occupati di rivedere il nostro contributo alle lotte per l’indipendenza e anche il giudizio sulla dominazione piemontese (Collura con il generale Corrao), sulle strutture repressive dell’inquisizione o dello stato borbonico, la ribellione delle donne coraggiose, perché il siciliano è figlio, da 900 anni, del mondo contadino regolato con le leggi sostanziali del feudo. Da un lato una massa indistinta di lavoratori, scandalosamente poveri, affamati, alla ricerca del tozzo di pane, dall’altro pochi privilegiati, che hanno inventato una loro mitologica divisione delle terre nell’essere stati compagni d’arme o d’avventura con i primi re normanni, a partire dall’anno 1130, con la costituzione del Regno della Sicilia e del Parlamento Siciliano con i tre bracci rappresentativi. I duchi, i principini, i marchesi, i visconti e infine i baroni, ultimi nella gerarchia dei regimi assolutisti, ma padroni del loro territorio. I baroni in Sicilia si sono sempre comportati come individui facenti parte di una casta intoccabile, – ha scritto Collura – se non come vere e proprie divinità minori, e perciò costretti, per insondabile capriccio di un dio maggiore, a vivere nell’estrema periferia del regno loro assegnato; anche se padroni indiscussi di quel marginale lembo di reame. La Sicilia non fu colonia della Spagna. Fu uno dei regni di quel re. Il primo ministro spagnolo conte di Olivares raccomandava sempre ai Viceré in partenza per Palermo: “Ricordatevi che con i baroni siete tutto, e senza i baroni siete niente”.

La storia di Costanza DiQuattro è una storia semplice, per riprendere un titolo di Sciascia, senza avere le implicazioni di ben altro impianto del grande scrittore di Racalmuto. Semplice, nel senso di normale. Sì, una normalità esibita, raccontata con forme originali e fortemente empatiche, sotto forma di diario con date e racconti sfalsati e non cronologicamente conseguenti. Si passa, con un meccanismo analettico o di sfalsato flashback, dalla data del 1824, data di nascita del barone Corrado Arezzo, al 1875, al 1888, al 1895, al 1841, al 1848. Date, che non necessariamente descrivono qualcosa di importante nella vita di Corrado Arezzo. È un metodo originale e certamente nuovo, forse anche sperimentale, che serve a raccontare la normalità in una casa patrizia, si direbbe, di antico lignaggio. Una casa, i cui contorni originari si perdono nelle nebbie della conquista aragonese, nella formazione di un ricco patrimonio, formato da latifondi immensi, pianure verdeggianti del territorio ragusano, sud del sud depresso e preda di convulsioni sociali. Un paesaggio di rara bellezza, spettacolare, che non esprime forme drammatiche. La vastità del territorio ragusano è data dalla forza della luce, abbagliante, da qualunque parte si arrivi a Donnafugata o a Ibla, lungo un itinerario intersecato dal geometrico, sterminato correre di muretti e chiazzate dai larghi ombrelli dei carrubi secolari.
La prima annotazione, infatti, va data alla descrizione della natura. La scrittrice, quasi in stato sognante, descrive i colori violacei del tramonto di Donnafugata. A Palermo se li sognano (p.131). Descrive la carrozza che scivolava dall’altipiano in giù, verso il mare, e sembrava inseguisse il sole (p.132). Il sole a sua volta pareva giocare mentre faceva capolino dalle folte chiome dei carrubi
secolari (133). È un paesaggio ricco, esuberante, indica esplosione della vita e delle sue efflorescenze; è il sole alto che rende calda e luminosa l’intera campagna, esaltando il verde dei carrubi ed illuminando di giallo il biondo grano (p.65); le tende bianche del lungo loggiato che ondeggiano sinuose tra un sospiro di zefiro e un altro (p.65). I muri a secco delimitano lo sguardo tenue sulla campagna scoscesa e segnano l’imminente e felice ritorno a casa (p.132). Un raggio di sole, diritto e fendente come una spada, entra nella camera da letto (p.111). Una tempesta di colori invade la natura. Sulle sponde del fiume, gli alberi piegati dal peso della loro inflorescenza, creano grandi archi, rendendo il paesaggio fiabesco (P.94). La tonalità della scrittrice è impressionante. Noi, siciliani, sappiamo bene di cosa parla, quando descrive la voluttà erotizzata dal clima, dal caldo, dalle penombre arabeggianti, sotto gli alberi di ulivo, o tra il soffio dell’aria pulita della pianura, ricca di frutteti e di acque sorgive.
In mezzo a questa natura sorge il castello di Donnafugata, che il barone Corrado Arezzo ha splendidamente ricostruito e ancora più splendidamente adornato. La sua grandezza gotica, le sue ampie stanze, ariose e decorate con raffinatezza pittorica, con le scale ampie, con il ricco giardino, danno l’idea di un potere autorevole, signorile, che trasmette e infonde rispetto e ammirazione. E’ il luogo dell’anima, che si perde nel labirinto, dove le nipoti si rincorrono, ma non si perdono (“solo chi sa perdersi, sa anche trovare la strada giusta” (p.34), dove viene curato un giardino stupendo, ricchissimo di trenta qualità di rose, soprattutto quelle rose siciliane, dall’intenso profumo e rosse carnose. Donnafugata era il suo mondo, quel piccolo mondo che aveva deciso di renderlo incantato. “Era la sua prigione, il suo volontario esilio, la sua protezione dalla vita. Non aveva mai smesso di migliorala, Donnafugata, di cambiarne fattezze, arredi, orpelli e disposizione” (p.66).

La bravissima Emma Di Rao nel suo commento a Donnafugata, afferma che “gli eventi narrati assumono rilevanza perché segnano la crescita interiore del protagonista. C’è un contrasto tra la sua vita pubblica e la vita semplice, tra l’essere e il dover essere”. Concordo in pieno. Ma, mi sembra che nell’avventura politica del barone, la scrittrice voglia mettere in risalto non tanto l’indisponibilità all’azione del barone, quanto piuttosto il giudizio che la sua casta, quella dei baroni, ha voluto vedere sia nei moti rivoluzionari del 1848 sia nel compito di realizzare l’l’unità d’Italia, in cui il baronaggio ha rappresentato la parte moderata, frenante di un grande processo evolutivo che i democratici garibaldini e mazziniani avrebbero voluto porte a compimento in maniera molto diversa. La delusione per le promesse non mantenute dai piemontesi è dettata dal risentimento della mancata modernizzazione del Sud. La sua azienda la Filanda di Ragusa con 76 operai e operaie fallisce perché le tasse dei piemontesi, le sanguisughe – come li chiama il contabile dell’azienda, Calia – impongono tasse tre volte superiori alle entrate. E lui, senatore del Regno, non può fare nulla. Il barone, malgrè lui, è uno dei tanti signorotti locali, che hanno venduto l’anima al diavolo pur di conservare i propri privilegi. E non si rende conto che il mantenere i propri privilegi non è una concessione gratuita, dovuta al rango e al censo, ma è il prezzo che i vecchi potentati devono pagare ai nuovi conquistatori per avere mano libera nei processi di industrializzazione del Nord Italia. Il barone appartiene al mondo dorato, ma ormai in pieno declino che si ostina a guardare il presente con gli occhi del passato. In lui naturalmente non c’è il cinismo né tanto meno la consapevolezza di Tancredi, o del principe di Salina, per i quali cambiare pagina non significa cambiare anche le parole o i privilegi, né tanto meno il trasformismo veramente gattopardesco di don Consalvo Uzeda di de Roberto, che diventa deputato proprio per proteggere i suoi antichi privilegi. C’è un filo sottile che incrocia il pensiero dei nostri intellettuali, che partono da un assunto, dato come naturale: impossibilità della trasformazione e del cambiamento della Sicilia, (la Sicilia irredimibile di Sciascia e Bufalino) che rimane ancorata ad un fatalismo primigenio. Come Dio vuole, o Inshallah (le due civiltà, in questo
caso, la cristiana e la musulmana, sono perfettamente allineate), c’è un senso di rassegnazione, di incapacità a reagire di fronte al fluire della storia, che marcia in maniera irreversibile in altra direzione. Il latifondo è lo sfondo sociale, su cui si costruisce il destino del Sud. I Baroni sono il cardine di questo ordine. Ora, Corrado Arezzo è un cristiano gigantesco in mezzo alle sue innumerevoli donne, i fimmini, che lo servono, ha animo gentile, è buono con i suoi sottoposti, si dedica al miglioramento delle condizioni materiali del suo territorio, è devoto, perdutamente innamorato della moglie Concetta (un matrimonio riuscito, seppur combinato), padre amorevole e nonno affettuoso. Ma è pur sempre, dall’altra parte del mondo dei contadini, condannati ad una vita miserabile. E l’Unità di Italia è stata fatta da Cavour e dal re Vittorio Emanuele, non da Garibaldi o da Mazzini. Si sono incrociati la borghesia del nord e i ceti parassitari del sud.
Il disincanto, la delusione per le aspettative tradite, si manifesta nel dialogo tra l’amico don Paolo e il barone Corrado. In mezza paginetta è condensata la storia della Sicilia, che coincide con la storia politica del Barone, e forse l’intera storia del rapporto Sicilia-Stato piemontese.
Vale la pena riportarlo: il barone confida all’amico don Paolo che i conti della sua azienda sono tutti in rosso, e che, quindi è costretto a chiudere l’azienda. Don Paolo candidamente sbotta: “Capisco. Ma, caro Corrado, perdona la mia domanda impertinente. Tu dal 1948 al 1865 hai ricoperto ogni ruolo. Prima deputato del Parlamento siciliano, poi reggente della prefettura di Noto, governatore della Provincia di Trapani. Nel ’61 ti hanno eletto deputato del Regno d’Italia, nel ’65 Senatore del regno; ti è stato proposto il Ministero della pubblica Istruzione e tu che fai? Rifiuti tutto e ti chiudi qui, tra Donnafugata e Ibla. Scegli l’esilio e d ti accontenti della sindacatura di Ragusa Inferiore. Ma perché?”
Don Corrado risponde: “Dal 1848 al 1865 ho sognato – aveva gli occhi lucidi e stanchi, velati dl disincanto, dalla fallimentare accettazione delle cose – si fa presto a dirsi sognatori, quando nel cuore batte una gioventù spietata. È poi la vita vera che ti sveglia, che ti mette dinnanzi con cinica crudeltà alla verità delle cose. Ci siamo innamorati della donna sbagliata, nulla di più. È un destino ingiusto quello di questa terra, condannati a sopravvivere per fare vivere chi ci comanda. Buonanotte, Paolo”.

È un’ammissione di fallimento senza sconti: ci siamo innamorati della donna sbagliata, quella donna ci ha tradito. E per un siciliano è il massimo della perversione del male. Poco prima il contabile dell’azienda gli aveva spiegato chiaro e forte: “questi piemontesi sono più canaglie delle sanguisughe di don Tino il barbiere. Sono sanguisughe: si stanno rusicannu pure i piedi dei tavoli”. Frase di un potente effetto distruttivo: per il siciliano “rusicari i peri do taulu” significa attribuire l’offesa di essere ladroni e senza pietà, profittatori di bassa lega, insomma delinquenti conclamati.
Tutto il romanzo è costruito, capitolo per capitolo sul personaggio mite di Corrado Arezzo, in cui vengono selezionati episodi, quasi minori, tutti basati sulla vita privata malinconica e triste. Non viene mai, se non incidentalmente, sottolineata abbastanza la sua partecipazione ai movimenti storici del momento: il 1848, con la proclamazione del Regno indipendente di Sicilia (luglio 1848-maggio 1849) e la sua elezione a deputato del neonato Parlamento, né tanto meno tutta l’attività politica di deputato e senatore del Regno d’Italia. La politica è confinata solo sul versante psicologico del personaggio.
Il suo mondo è racchiuso in pochi amici veri, come si conviene in una regione come la Sicilia, in cui i galantuomini trovano e coltivano le proprie qualità affettive quasi esclusivamente con altre personalità del proprio rango: don Paolo e Titta, che sembrano personaggi archetipici della nostra insularità Il notaio Titta (Gian Battista Marini) fimminaro impenitente va a trovare Corrado per chiedergli un favore. E lo fa con un’abilità ed una circonlocuzione raffinata, che solo un siciliano sa
fare o dissimulare. Dopo aver parlato di mille cose inutili, lascia cadere lì, quasi con non chalance: “Ma niente, Corrado, che vuoi che sia …Una defaillance, una faiblesse, rispose don Titta, sminuendo la cosa. Ecco, il marito della signora…….gli è giunta voce e si alterò”.
Si alterò. Corrado ha capito, anche lui, da vero siciliano: deve usare la sua autorità, parlare con il marito della signora, inventare che “è sicuramente questione di gelosia, Un fraintendimento visivo, magari anche uditivo, ma pur sempre di fraintendimento trattasi”. Dopo qualche giorno Corrado, infatti, scrive una lettera a Titta, in cui per inciso, afferma, nel Post Scriptum: “Stamani ricevetti quel buon uomo. Lo spiacevole quiproquo è stato chiarito”. Naturalmente il buon uomo, che aveva certezza della tresca, non avrebbe mai potuto dire di no al suo Barone, lo prende per buono, non potendo ribellarsi e continua a fare ‘u curnutu pacinziusu. Come sempre i poveri contadini accettano la parola del barone, sommo giudice anche in fatto di corna nel loro territorio.
Il notaio, don Titta si rivela alla fine un grandissimo personaggio, perché decide in modo autonomo, facendo testamento di lasciare tutti i suoi considerevoli beni all’intera comunità dei bambini, laceri, sporchi di fango, non istruiti di Donnafugata: “Vedi, Corrado, – dice convinto – noi (= cioè i possidenti, i ricchi) abbiamo il dovere morale di fare qualcosa per la comunità! Mi piace pensare che Dio, privandomi della fortuna di diventare padre, abbia voluto provvedere a rendermi genitore di tanti bimbi, figli non miei”. Un gesto non insolito in tante persone abbienti nella Sicilia feudale. Ed in questo senso anche Francesco, il padre di Corrado aveva costruito un grande e bellissimo teatro a Ragusa con questo insegnamento per il figlio Corrado: “Vivere i privilegi delle nostre condizioni non vuol dire limitarsi a godere dei soli agi. Noi dobbiamo offrire delle possibilità a chi non può averne. Il teatro è vita. Questo teatro sarà di tutti!”
Sullo sfondo del racconto ci sono tantissime altre piccole storie, solo accennate con una maestrìa davvero invidiabile: l’amicizia di antica data tra Corrado e lo stalliere Micheluzzo, il matrimonio sfortunato di Vincenzina con un principino, Paternò Castello (tutto bottane e vino, carte e scommesse), la storia della filanda, le numerose serve della casa, la depressione di Vincenzina ed il ricovero a Parigi, l’insurrezione del 1848, la figura di don Paolo. Solo cenni fugaci, che eccitano la fantasia, colorano la scena sempre incentrata ad una serenità, davvero incredibile, che definirei di geniale raffinatezza.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Mario Blancato”][/vc_column][/vc_row]










