La piazza ovvero la democrazia

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Sin dall’antichità greco-romana la piazza (agorà in Grecia, forum a Roma) costituisce un elemento della struttura urbana, spazio libero circondato prevalentemente da edifici, che si determina e si trasforma sulla base di complesse vicende legate alla storia civile, religiosa e sociale, allo sviluppo economico ed urbanistico, ai modelli culturali della comunità, della quale rispecchia assai compiutamente l’organizzazione e la maturità. Non sarà un azzardo affermare che una combinazione di condizioni climatiche e di attitudini temperamentali caratteristiche dei popoli dell’Europa meridionale e occidentale abbiano condotto ad una forma di vita pubblica, e di vita in pubblico, che ha reso strade e piazze il “luogo” naturale delle attività e della rappresentazione della comunità.

Pericle

Con la creazione dell’agorà è stato posto, per la prima volta nella storia, il problema dello spazio pubblico, come condizione necessaria alla manifestazione della volontà politica da parte della comunità; nell’agorà, come ha lucidamente osservato Hannah Arendt in «Tra passato e futuro», Garzanti 1991, ingegneria istituzionale ed invenzione spaziale convergono per assicurare la più ampia partecipazione di ciascuno alla gestione degli interessi di tutti e del destino della collettività. E non sono meno importanti e meno significative delle leggi esposte al pubblico nell’agorà, scolpite nella pietra ed affidate al tempo, le passioni e le parole con le quali gli uomini quotidianamente le commentano e le interpretano, rendendole vive.

Ma, prima della Arendt, aveva già rilevato Jacob Burckhardt nella «Storia della civiltà greca», vol. I, Sansoni 1955, che agorà deriva da aghèirein, ‘riunire’, e spesso significa anche l’assemblea senza riguardo al luogo; da agorà discende agorázein: «termine intraducibile per il nordico. I vocabolari portano “trovarsi sul mercato, comprare, parlare, consultarsi, ecc…”, ma non possono riprodurre quel tipico aggirarsi, e fermarsi, fatti di conversazioni, affari e piacevole oziare. Basti pensare che la mattinata ne riceveva ben nota designazione di “tempo dell’agorà affollata”. Naturalmente il maggior piacere si provava sulla piazza della città natale».

«La partecipazione generale alla politica implica la creazione, per la prima volta nella storia, di uno spazio pubblico. L’accento che Hannah Arendt – ha scritto Cornelius Castoriadis, La polis greca e la creazione della democrazia (1982), pp. 212 sgg., in L’enigma del soggetto, Dedalo, Bari 1998 – ha messo su questo tema, la delucidazione che ha fornito del suo significato, costituiscono uno dei suoi maggiori contributi all’intelligenza della creazione istituzionale greca», cui egli aggiunge solo una puntualizzazione, non di poca importanza però: «Insorgenza d’uno spazio pubblico significa che è stato creato uno spazio che “appartiene a tutti” (tà koiná). Il “pubblico” smette d’essere una faccenda “privata”, appannaggio del re, dei preti, della burocrazia, degli uomini politici, degli specialisti, e via dicendo. Le decisioni che riguardano gli affari comuni devono essere prese dalla comunità». Tuttavia, precisa Castoriadis, accanto all’emergere di uno spazio pubblico, nell’agorà si attiva «la creazione di un tempo pubblico non meno importante d’una simile creazione di uno spazio pubblico. Per tempo pubblico non intendo l’istituzione d’un calendario, d’un tempo “sociale”, d’un sistema di riferimenti temporali sociali – cosa che, naturalmente, esiste dovunque – ma l’emergere di una dimensione in cui la collettività possa esplorare il suo passato in quanto  risultato delle proprie azioni, e in cui si apra un avvenire indeterminato come campo delle sue attività. Questo è davvero il senso della creazione della storiografia in Grecia».

La democrazia in America di Tocqueville

Su certe peculiarità, riconducibili al clima, della letteratura greca, lucide e puntuali osservazioni svolge Virginia Woolf nel saggio «Del non sapere il greco» (risalente al 1925). Commentando l’incipit dell’Elettra di Sofocle (“Figlio di colui che già condusse i nostri eserciti, figlio di Agamennone”), la Woolf scrive che «subito la mente comincia da sola a creare il contesto; inventa uno sfondo, magari provvisorio, per Sofocle; immagina un villaggio, in una parte remota del paese vicino al mare. Tutt’oggi villaggi così esistono nelle parti selvagge dell’Inghilterra e quando ci arriviamo non riusciamo a fare a meno di sentire che in quel pugno di casette, isolate dalla ferrovia e dalla città, ci sono tutti gli elementi per un’esistenza perfetta. […]. Qui la vita da secoli scava gli stessi solchi; sono nati certi costumi, si sono associate alle colline e agli alberi certe leggende, e il villaggio ha la sua propria storia, le sue feste e le sue rivalità. È il clima che è impossibile. Se proviamo a pensare Sofocle qui, dobbiamo cancellare il fumo, l’umido, le nebbie spesse, bagnate. Dobbiamo affilare le linee delle colline. Dobbiamo immaginare una bellezza di roccia e terra, più che di boschi e di verde. Col caldo, col sole e mesi interi di tempo bello, smagliante, la vita naturalmente cambia di colpo; la si sbriga all’aperto, col risultato, noto a chi sia stato in Italia, che i piccoli incidenti vengono discussi per strada, non in salotto, e diventano drammatici; la gente è volubile; ha una prontezza di spirito e di linguaggio sarcastico, comico, propria alle razze meridionali, che non hanno niente a che vedere con la riservatezza lenta, i mezzi toni bassi, l’introspettiva, meditabonda malinconia di popoli abituati a vivere più di metà anno dentro casa» (V. Woolf, Saggi, prose, racconti, Mondadori 1998, i Meridiani, a c. di Nadia Fusini, pp. 78-79).

L’agorà, dunque, diventa il tratto urbanistico distintivo delle comunità politiche greche, che chiamiamo póleis (e di quelle romane, che chiamiamo urbes), del tutto inesistente nei contesti e assetti urbanistici, coevi o antecedenti, delle civiltà asiatiche. Istruttive, a questo riguardo, le parole che Erodoto (484-420 a.C.) mette in bocca al re persiano Ciro, vissuto quasi un secolo prima (590-529 a.C.), quando si rivolge agli ambasciatori di Sparta venuti a minacciargli la guerra in appoggio agli insorti della Ionia: «“Io non ho mai temuto finora uomini che hanno un luogo apposito in mezzo alla città dove si riuniscono e si imbrogliano a vicenda con giuramenti. Per costoro, se non mi manca la ragione, non i mali degli Ioni saranno argomento di chiacchiere, ma i loro propri”.

Queste parole Ciro le pronunciò contro tutti i Greci, i quali costruendo piazze se ne servono per comprare e per vendere. I Persiani infatti non sono soliti servirsi dei mercati e non ne hanno affatto» (Storie, I, 153).

Pericle parla al popolo

L’agorà, in quanto spazio pubblico e comune (koinón), diventa in qualche modo il simbolo stesso della concezione egualitaria della città greca, dunque della democrazia. Il mondo delle città greche ignorava l’organizzazione verticale, gerarchicamente stratificata, della maggior parte delle altre società antiche, di quella egizia, di quella assira, di quella persiana.

«La piazza è dunque un’invenzione europea. In nessun’altra civiltà al mondo – sosteneva l’architetto Marco Romano il 5 settembre 2009, al Festival della mente di Sarzana, nel suo intervento intitolato Leggere la città fra etica ed estetica – c’è mai stata una piazza. Nelle città islamiche non ci sono piazze, pur avendo la civiltà islamica una vocazione fortemente mercantile, perché è una società chiusa, fondata su strutture antropologiche tribali come i clan. C’è il bazaar, ma non c’è una piazza. La società europea è invece aperta e mobile. La

piazza europea, tuttavia, dopo il declino delle città antiche, scomparse nel V sec. d.C. non per le invasioni dei barbari, ma per colpa dei Padri della Chiesa, che accusavano gli edifici pagani (teatri, anfiteatri, terme ecc.) come luoghi di perdizione e di tentazione peccaminosa, ritorna con l’idea di città, che è quella che ancora viviamo noi, intorno all’anno Mille».

(Sull’assenza della piazza nell’urbanistica del lontano Oriente, molto istruttiva la testimonianza di Renata Pisu nel bel libro Mille anni a Pechino, Sperling & Kupfer 2008. Qui, alle pagine 65-66, la Pisu scrive: «Prima del 1912 la piazza [Tian An Men] non esisteva, perché le città cinesi non hanno mai avuto piazze, cioè spazi dove la gente potesse incontrarsi. La città cinese è sempre stata luogo di incomunicabilità: al posto delle piazze c’erano le mura, come ho spesso sottolineato. Ma la Cina socialista, per rendere esplicita la rottura con il passato, ha voluto regalarsi la più grande piazza del mondo: quaranta ettari. Solo che quaranta ettari non fanno una piazza» [corsivi miei]).

Che la piazza sia il cuore pulsante della democrazia lo sosteneva anche Antonella Agnoli nel libro, bello e avvincente, Le piazze del sapere, Laterza 2010 (sec. ed.), che resta fondamentale per chi si batte per le sorti del libro e delle biblioteche pubbliche. La Agnoli scrive infatti che «le piazze sono il motore della democrazia, malgrado negli ultimi anni si sia affermata una concezione riduttiva, asfittica e procedurale di questo sistema politico. Qualcuno usava dire che, se avesse dovuto scegliere tra un governo senza giornali indipendenti e dei giornali indipendenti senza governo, avrebbe scelto quest’ultima soluzione. Allo stesso modo, se noi dovessimo scegliere tra una città dotata di governo, ma senza piazze, e una città con le piazze, ma senza governo, sceglieremmo quest’ultima perché “dalla piazza” l’autogoverno nascerebbe in fretta (e se sul lato abitualmente occupato dal municipio ci fosse una bella biblioteca questa soluzione sarebbe ancora migliore)».

Ma, oggi, che cos’è diventata la piazza? Valerio Evangelisti, intervistato da Giuliano Aluffi su «Repubblica» di lunedì 2 dicembre 2013, sosteneva che «la piazza non è più la piazza», che «la piazza è diventata mimetica e può contenere di tutto: è un semplice collettore separato dall’anima cittadina e non ha più alcuna funzione nella gestazione delle idee. Un tempo invece era luogo di socializzazione, ospitava capannelli in cui si discuteva animatamente del domani, era veramente il cuore della città, e lì maturavano anche le idee collettive». Evangelisti lo affermava per spiegare come la piazza fosse al centro del suo nuovo romanzo, «Il sole dell’avvenire», dove egli ricostruisce «quell’epoca in cui, proprio dai movimenti di piazza, nacque l’Italia moderna; l’ultimo quarto dell’Ottocento e le prometeiche scintille di progresso civile scaturite dall’agire dei movimenti di ispirazione garibaldina, socialista e internazionalista».

Jean-Jacques Rousseau, autore del contratto sociale

Pur non condividendo la cesura temporale (troppo alta, perché esclude del tutto il Novecento, in cui le piazze, nel male – le “adunate oceaniche” del fascismo – e nel bene – le piazze gremite di popolo dopo la caduta del fascismo e la riconquistata libertà fino alla vittoria della Repubblica sulla monarchia nel referendum del 2 giugno 1946 e, negli anni successivi, durante i comizi dei partiti fino alla fine della cosiddetta Prima Repubblica – erano ancora “il” luogo della socializzazione politica e culturale) fissata da Evangelisti, non si può però non riconoscere che, almeno dagli inizi del nuovo millennio, questo antico luogo di aggregazione e di riconoscimento reciproco tra appartenenti alla stessa comunità ha subìto una pericolosa insidia dalla sempre più diffusa presenza nel territorio di quei megacentri commerciali che, molto saggiamente, l’antropologo francese Marc Augé ha denominato “nonluoghi”. Siamo ancora agli inizi di una radicale mutazione di comportamenti (che porterà a compimento

quella avviata negli anni ’50 dall’avvento della televisione con l’eliminazione delle distanze e l’annullamento delle categorie di “lontano” e “vicino”, nonché con la sostituzione della realtà con la finzione della “piazza” mediatica, che oggi assume le forme “liquide” del web), di una progressiva alterazione dei rapporti umani fondati su abitudini millenarie. Infatti, negli ipermercati, nei villaggi finti degli outlet, negli aeroporti, gli spazi enormi rendono falsata o impossibile la relazione con gli altri, con la quale soltanto si può costruire l’identità individuale, e quindi non contribuiscono alla costruzione della nostra identità, anzi riflettono un’esperienza di solitudine e di riduzione dell’uomo alla dimensione di consumatore.

Anche questo è segno dell’americanizzazione della società mondiale. Gli Usa infatti ignorano la piazza come luogo di incontri e relazioni, pur avendo un termine, “square”, che designa la forma squadrata di quel luogo. La vita dei nordamericani è “sulla strada”, e “the road” è il vero simbolo della loro cultura, fatta di continuo movimento (si pensi al mito della frontiera). «Provate a fermarvi, con la macchina a Fort Worth, in Texas, – ha scritto Tomaso Montanari sul «Fatto Quotidiano» del 7 ottobre 2013 – e chiedete a un passante dov’è il centro. Vi guarderà stupito senza capire. Infine, vi spedirà in un centro commerciale».

(Che le “nuove” piazze possano sbocciare nei Paesi islamici, dal Medio Oriente fino al Nord Africa, da Baghdad al Cairo, a Tripoli, a Tunisi, è stato, un decennio fa, solo un pio augurio. Sono infatti finiti presto e male quei movimenti libertari e democratici, che attorno alle piazze si coagularono. Perché la democrazia nasce – storicamente è stato così – su un terreno di libero dibattito tra uguali, in condizioni di assoluta laicità. Come non è in quei Paesi, dove il Corano è un duro ostacolo sulla via di una vera laicizzazione della politica e della cultura).

Chissà se, passata la pandemia causata dal Covid-19, le Piazze d’Italia torneranno ad essere il luogo per eccellenza delle relazioni umane? Intanto, nel periodicamente ritornante confinamento in casa cui il virus coronato ci ha costretti, le piazze, da Torino a Siracusa, da Palermo a Milano, hanno evocato atmosfere e temi tipici della pittura metafisica di Giorgio De Chirico: quelli «dell’infinito, della solitudine, del tempo eccepito, del mistero e dell’enigma, delle vie deserte, delle piazze tacite ove domina come un’ombra il monumento equestre, della statua che incarna la sospensione e l’attesa, del presagio, dell’occhio veggente, della figura chiusa nella tunica nera che guarda pensosa all’orizzonte» (Maurizio Calvesi).[/vc_column_text][vc_text_separator title=”di Paolo Fai”][/vc_column][/vc_row]

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