[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Si tratta di un poemetto edito nel 1957, in cui il poeta utilizza Elena in funzione simbolica e straniante. In esso l’alienazione e la solitudine esistenziale dell’uomo vengono indagate e rivestite di nomi del mito antico, che subiscono una traslazione e vengono riposizionati nella contemporaneità. Elena rappresenta, così, l’incrocio perfetto di amore e morte (N. Crocetti – F. Pontani, Poeti greci del Novecento, Milano 2010, p. 1800). Essa, dunque, è al tempo stesso, come Elpénore (chiara allusione all’omonimo personaggio di Seferis) di Terra di confine (Metéchmio) del 1951, un personaggio contemporaneo, identificato con un evocativo nome di un personaggio antico, addirittura omerico. Il verso di P. J. Jouve in epigrafe (Que tu es belle maintenant que tu n’es pas) è veramente la didascalia del poemetto e rivela, con lo stretto collegamento con il verso iniziale: «Mè píre t’óniro ki piretòs mè píre» «Mi prese il sogno e poi la febbre mi prese», che Elena è un’allucinazione, una visione onirica, un lampo, che permette all’immagine di rimanere fissata alla retina per un momento, per poi svanire lasciandoci abbagliati. In quell’attimo essa è un’entità esistente il cui possesso è però incerto e precario, perché subito dilegua, inafferrabile. È la bellezza, l’amore, il sogno, è amore e morte, vita e morte, addirittura è la terra stessa di Grecia. Si sogna e si crea, e si può avere addirittura la sensazione di possederla veramente, ma c’è sempre, e concreto, il rischio che sia un’illusione, un’ombra. Allora è compito nostro, del poeta, dell’uomo greco, con il suo carico di memorie e di dolori, cogliere la sua perennità, o forse eternità, trattenerla, darle sostanza, fare del sogno realtà. E se Elena muore, deve tenerla in vita nella memoria, con la parola e con la poesia. Questo movimento iniziale è l’elemento generativo e unificante del poemetto, il cui “tempo” è condensato in quell’attimo e le cui sequenze cinematografiche destrutturano le norme sintattiche nello sforzo di raggiungere la pienezza espressiva. Il presente e il passato diventano simultanei, perché il passato è inestricabile dal presente e il poeta ne coglie senza pietà e con feroce impegno le allucinazioni.

Già Elena aveva fatto visita al poeta, poiché essa appare, ambigua essenza tra mito e realtà, astrazione e carnalità, in Canti del 1951 e precisamente in asma VIII, Odissea. Contro la tragedia della guerra e della guerra civile, nell’abisso del dolore, il ritorno di Elena rappresenta la possibilità di una nuova vita, del ritorno della speranza, di nuove esperienze affettive, pur tra molte angosce che assediano l’anima. Essa è significativamente in rapporto simbiotico- simbolico con l’uva: «… i Eléni astrafterì/stafìli íchos àvlu ke smàlto» «… (Guarda/ritorna) Elena scintillante/uva suono di flauto e smalto», l’uva il frutto dell’ardente estate, del calore e della luce.
Attraverso il sogno, la mente febbricitante del poeta, nella notte «meraviglioso fiume di morte» dà forma alla figura di Elena, essenza duratura attraverso i secoli: «eri là non eri in fuga/ verso una patria fantastica tu diafana/tu leggiadra perfetta inconcepibile/ tu Elena vivente/ col placido peso del corpo tanto antico/con le tue porpore e i tuoi preziosi» (1, 8-13, tr. F. Pontani)). Elena, corpo vivo (i Eléni zontanì), che ricorda quella di Seferis sulle prode del Delta, viene strappata al baratro della morte. Ella illumina il paesaggio di morte della Grecia (Patria mia dalle foreste calcaree …), la terra del poeta, martoriata, sprofondata in una vita banale, che esclude tutto quello che Elena rappresenta, immemore di tutto, che vive nell’abbrutimento, inerte eppure tragico: «mio figlio partì per la guerra/ mia figlia si schifò dell’alcol/ e adesso balla in una sala capovolta/ ora nuda ora vestita da Artemide/ con l’arco e la faretra» (1, 21-24). Elena è scomparsa dal mondo, non esercita il suo influsso e in questa assenza consiste il dramma: «I Eléni dèn ipárchi/mès stìn enkósmia lípi», «Elena non c’è più/ nel dolore del mondo» (1, 26-27). La sua luce non lo illumina più; essa, simbolo della vita e
dell’amore, vive in una dimensione separata, ma attraverso il sogno Elena può apparire viva «ornata di carni e di luci» (2, 1-2) e allora quasi sorge la «succosa primavera» e in una vita insignificante appare come una possibilità di rinascita, di ritrovata energia vitale. Il sogno assomiglia in realtà all’immaginazione di Sartre, e scopre un implicito probabile riferimento alle posizioni fenomenologiche e surrealistico – esistenziali; il sogno – immaginazione ha, dunque, la capacità di annullare e costituire significati, esprimendo con questa attività l’intima libertà e trascendenza della coscienza rispetto al mondo in sé. Sono, quindi, portato a credere che il poeta si muova anche se con la libertà propria del poeta, che non è filosofo, sulle posizioni di Husserl, Heidegger, Sartre, e forse Merleau-Ponty, mediate attraverso gli elementi fondanti della sua poetica: l’amore e l’esperienza della guerra e della lotta partigiana. Ma qui non è certo il caso di approfondire. Tuttavia, come detto, non solo si tratta di un mondo il cui significato è ambiguo, ma anche il suo possesso è incerto, oscillante tra la luce e l’ombra, al confine di ciò che è e di ciò che non è, destinato sempre a deludere a spiazzare, a dare scacco, perché «fertile il suo corpo d’amarezza e tradimento» (3,3).

Il poeta la sente, ne percepisce la voce, che si interroga e cerca di dare senso al mistero della sua esistenza; sembra la voce di un fantasma, che nella sua inafferrabilità porta con sé la morte. È vera la sua esistenza o meglio il suo persistere? Elena, idea, creazione della mente, creatura del sogno, che acquista esistenza corporea, oscilla tra i poli dell’essere e del non essere: «Dove vado senza meta?../ …/Davvero esisto,/ come esistetti un tempo nella mia calda patria/ vivendo da sola le immense epoche dei miti/ curva bellezza umbrifera?» (4, 1-7).
Ed esiste colui che di volta in volta è suo amante effimero, come il poeta in questo caso, che la riveste «di strofe e poesia», perché sia «inaccessibile ai ponti del tempo» (4, 13), sempre viva, mentre cammina nell’amore, eppure impegnata a recitare la sua «morte quotidiana», nel crudele abbandono di questo mondo, che preclude ogni via all’amore e alla felicità.
L’opera del poeta è quella di aiutare Elena a spogliarsi della morte e accoglierla in sé. Rinascerà il poeta e rinascerà Elena: «Oh aiutami/…/ a spogliarmi …/ della mia morte e a riempirti di morte stasera/… Poiché sono fertile ti genererò/e tu dal principio mi genererai» (4, 24-29). Così ella può essere sottratta al passare del tempo e il poeta può trovare il suo momento di rigenerazione.
Bisogna che avvenga una fusione completa tra l’amante e Elena, che a questo punto diventa anche simbolo del paesaggio mitico e storico, che in Grecia coincidono, accidentato e inebriante: «… Ma affonda /nelle valli luminose nei porti di Elena/ Sali su questi monti inaccessibili/ e neri di Elena (4,30-33).
Immersa nella sua splendente giovinezza (e il suo corpo in pausa luminosa, 5,6) nel paesaggio greco, nel fulgore dell’estate, tra albe e tramonti, screziata dal colore forte dell’uva, che ci ricorda molto il vitalismo di Elìtis, Elena è quel paesaggio, quella natura «preda del tempo terreno», in cui è condensata la memoria delle epoche passate, che ha attraversato tra voci e volti per tanto tempo dimenticati, mentre ora lotta per emergere integra da una poesia che rivela un fondo di amarezza, frutto della delusione derivante dal naufragio delle aspettative. Solo una cosa mantiene incorruttibile, cioè eterna, Elena, sottraendola all’azione del tempo: la Chimera, l’Utopia, opera della poesia. Ma proprio l’incorruttibilità la condanna a sperimentare sempre un’amarissima esistenza «di angosce regnanti/ di tremende lunghissime memorie» (5, 20-21). L’amore del poeta la porta a nuova giovinezza. Del poeta ella anela al bacio della rinascita: «O terra/ mia carne venerata e sentiero carico d’ombre» (5, 12-14), in cui tutto è insidiato, dove tutto è perituro, dove la linea dell’ombra insidia lo splendore della luce. Solo nel rapporto col poeta e con la poesia Elena –donna, Elena-amore, Elena-
vita, che il chiaro di luna custodisce, aspira ad avere un’esistenza «illuminata dal tremendo mito della poesia: oh tienimi ancora/ ché io resti nel tuo sogno con le porpore più invasate» (6, 12-14). Solo così può congiungersi al poeta, lo può toccare «con le eteree rocce … dei seni» (6, 18) e solo così il poeta può pensare a come ella «resti sempiterna nello scalpiccio del tempo» (6, 21-22). Ma è un’esistenza precaria: come è nata nella mente eccitata del poeta così si spegne per tornare di nuovo nella dimensione della morte, dove tuttavia non muore, per il fatto che resta in vita «… bagnata dal/ sole dei poeti» (6, 25-26). Perché in Grecia, se ben si riflette, «tutti sono uccisi e nessuno muore», come dice Ritsos: «óli skótonde ke kanènas péthane», Romiossini “Grecità”, I 40). Ma non bisogna dimenticare la lezione di Seferis sulla contemporaneità della storia greca antica e moderna, molto presente in Sinòpulos.
Elena si è completamente fusa con la terra, rimane come una luce nel buio del mondo. L’immagine vive nel ricordo del poeta, più vera del sogno, in cui si è materializzata, rispondendo alla voce segreta del poeta. Essa, il seme del tempo, respira con lui «Per dare per darsi» (7, 9). Essa è estate, «brilla il mare uno scudo infinito/ la terra nelle valli scompare nell’ebbrezza del sole» (7, 13-14). È un momento irripetibile: «E questa Elena la tocco le parlo», che ci riporta ancora all’Elena di Seferis. Il poeta è preso come in una vertigine, attratto dagli enormi occhi di Elena (Tà màtia tis pelòria apò tò chròno): è la nuova Elena (Edò ìne i néa Eléni), il cui corpo il poeta sente stretto al suo. È un momento sublime: « … Inseguendo l’incorruttibilità/ la eternerò con celesti poesie».

Ora Elena attraversa le epoche, vive il presente, mondana e eterna, incorruttibile e moritura, nuda e senza ombra, sopravvissuta al suo passato lontano e mitico: «Ora è travolta abbagliata dalle grida/ si agita vibra si disperde/in tutte le epoche generando e morendo/mondana e immutabile nuda donna senz’ombra/Elena che solo esiste nel crollo antico/di guerre di miti di dèi» (7, 24-29).
L’ottavo componimento, (Poesia per Elena), è una sorta di apoteosi in due movimenti, chiusa da un breve esodo (9), che riprende 1, 26-27 e che è ancora un atto di fede nella capacità di eternare della poesia, sulla scia di Elitis.
1o movimento. Elena, bella e invisibile, è nel cielo della poesia, «ardente religione, donna eterea», simbolo che lega « i ponti delle epoche» (8, 5; cfr. 4, 13). Ella è preda straordinaria della morte, ma sa rinascere dalla polvere della stessa morte. Il poeta la riconosce «tra gli amori neri/che di sogni bruciarono i miei anni» (8,9-10). La prega di non andare via, di non buttare via «quella … carne di smalto e di cristallo». Il poeta non vuole rinunciare al suo sogno e, dunque, l’aspetta: «Sè periméno» (8, 14). Si è appostato (8, 20; cfr. 1,4), l’ha spiata, attesa. Perché, come la vita, come la bellezza, come la terra, solo essa ha il potere di renderlo vivo, circonfuso della sua potenza: «… E celebro la mia terra/ e te e la fioritura/assaporo memorie sogni e fioritura/e terra eterna della nostra patria/ soprattutto terra terra Elena (8, 26-30).
Questa dimensione psichica è per il poeta attesa (prosmoní), ovvero I yénnisi tù piímatos la «nascita della poesia», il momento in cui il contenuto latente si trasforma in linguaggio figurato che è appunto la poesia (8, 31).
2o movimento. Ma in questo affastellarsi quasi subliminale di sensazioni e di immagini di vita e di morte, dislocate e condensate nella dimensione onirica, dove tutto si crea simultaneamente, l’attesa prelude ad una presenza? Veramente una notte il poeta incontrerà Elena viva? Davvero nella città del sonno la incontrerà e davvero parleranno si guarderanno, si uniranno un’altra volta «mià níchta pù isiopì thàne mià apéranti siopì /egò yématos diástima/esì yemáti m’ástra/ pánta àftharti parthéna anénghichti / metarsioméni» «una notte in cui il silenzio sarà un silenzio infinito/ io pieno di spazio/ tu piena di stelle/ sempre intatta vergine incorrotta/sublimata» (8, 44-48), immagine che mi richiama alla memoria l’Elena di Ritsos sulle mura di Troia che nella luce abbagliante della sua bellezza e immortalità si solleva sulla punta dei piedi e si sente assunta« Tà chéria tous tréman ap’ tò thámbos/tès omorfiàs ke tìs athanasías mu-…Ícha kinìsi tà chéria,/ ícha ipsothì stà níchia tòn podòn, ki analífthika/afínontas nà pési ap’tà chíli mu ke tò trìto lulúdi».« Le loro mani tremavano alla luce/ abbagliante della mia bellezza e immortalità-/… Avevo mosso le mani,/ mi ero sollevata sulle punte di piedi, e ero stata assunta/ lasciando cadere dalle labbra anche il terzo fiore».
Esodo. Mentre Elena vive nella fantasia del poeta e mentre il poeta abbandona la dimensione onirica, Elena non c’è più nel dolore del mondo (9, 4.5, con ripresa di 2, 26-27), è svanita, ritorna ad essere inafferrabile fantasma, ma ha lasciato quasi in eredità un patrimonio prezioso: «Ci sono solo le poesie/ una raccolta di lacerazioni/una triste rosa celeste» (9, 7-8). Non più la «rosa purpurea» del sogno (8, 42), perché intrisa del dolore del mondo, e tuttavia «éna uránio ródo», una celeste rosa.
[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Sebastiano Amato *Presidente della Società Siracusana di Storia Patria”][/vc_column][/vc_row]










