[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Tra le voci poetiche più genuine e singolari che arricchiscono il panorama letterario odierno, quella di Claudio Di Paola si impone per la sua limpidezza, per la sua potenza concettuale e per la sua sobria eleganza linguistica.
«Il mio Come Don Chisciotte […] è un personaggio che non ha più voglia di cambiare le cose, e sotto questa nuova “demotivazione” capisce che il mondo va bene così com’è intuendo che il vero cambiamento, la vera grande impresa, la nuova “motivazione” è cambiare se stessi per riuscire a dare una nuova chiave di lettura al mondo».
Su tale assunto Claudio Di Paola costruisce la sua prima, preziosa silloge di versi Come Don Chisciotte (Morrone Editore, 2020), orchestrata in trentasette componimenti divisi in sei sezioni, partizione strutturale che risponde a una precisa architettura interiore, a una scansione – leopardiana, direi – delle «ere» o «epoche» della vita dell’autore.
Questo assunto riflette una scelta di vita e di scrittura coerente con lo spirito indipendente, libertario, errante di Di Paola. E non soltanto: la caratteristica peculiare e originale dell’autorialità che affiora da questo raffinato libello a me pare risiedere proprio in quel rifiuto del poeta di aspirare al libro ‘confezionato’ per la pubblicazione; in una ‘presa di distanza’ – critica e morale – dalla letteratura come sistema e struttura di poteri quale oggi si manifesta con volgare prepotenza; nel suo considerare la scrittura quale inesauribile e inesausto commento alla vita, perennemente mobile e cangiante.
Conosco Claudio Di Paola da tempo immemorabile, come uomo e come poeta.
E, se è vero che, come è stato scritto, «Riconoscere chi ti è amico è la prima scienza», l’amicizia coltivata tra noi da decenni ci ha consentito di conoscerci e di riconoscerci in affinità e in convergenze che, pur nella distanza che spesso le vicende della vita impongono e nelle diverse e personalissime esperienze maturate, si sono mantenute salde, e, direi, fortificate e nutrite, nel tempo.
Claudio di Paola è stato da sempre poeta.

E dico poeta nell’accezione primigenia e aurorale della parola, che notoriamente proviene dal greco ποιητής, ovvero ‘colui che crea’; o, stando al significato che Platone attribuisce a questo termine, «colui che desta e suscita potenze misteriose attraverso la sua opera». Sia nell’attività di geniale e sensibile luminotecnico coltivata negli anni giovanili; sia nella sua esperienza musicale come come raffinato batterista, conoscitore e divulgatore di gruppi musicali di nicchia delle avanguardie storiche degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso; sia nella sua passione per i presepi, di cui è stato creatore inesauribile realizzando opere monumentali ispirate al genius loci ibleo, Claudio si è rivelato sempre un poeta che, lavorando materie diverse, padroneggiando – sempre con rigore e con magistrale talento – linguaggi e tecniche molteplici, ha saputo destare e suscitare il mistero dell’inconoscibile attraverso la sua attività creativa e le sue opere.
Oggi, con la sua prima raccolta di versi Claudio di Paola rivela una scrittura poetica limpidissima, inchiavata ai giorni del vivere, espressione di una lucida consapevolezza
dell’esistere, talvolta venata d’ironia, ma sempre profondamente e drammaticamente umana, mai atteggiata, mai artificiosa, mai costruita.
Della poesia di Claudio di Paola ho apprezzato sempre l’ordine recondito soggiacente al testo, insieme a una felice sintassi che lega in modo indissolubile pensiero-parola-biografia in una unica, perfetta e armoniosa soluzione formale. Ciò vale a dire che l’espressione di un concetto e di un’idea, il rovello della riflessione (pensiero) si saldano nei suoi versi in perfetto accordo con le soluzioni metrico-stilistiche (parola) e con il dato intimo, personale (biografia).
La poesia si fa, dunque, intuizione musicale e ‘imaginale’ della realtà, narrazione del diario di viaggio esistenziale del poeta e, parimenti, riflessione sul mondo.
Componimenti come Orizzonte (Preludio), I mulini a vento, Tra i fondali dell’anima (Babele) rivelano il procedere del poeta, che costruisce i suoi versi su un rapporto fondante tra l’eidos (immagine-concetto) il melos (il ritmo, la musicalità, il fraseggio) e il bios (il vissuto del poeta): «Accarezzami morte/ nel respiro/ dei miei giorni/. Mi ormeggio / con gli occhi di mare / su un Dio di provincia / linea d’orizzonte / tra cielo e mare» (Orizzonte). Cogliamo, limpida e autentica, in questi versi, quella «linea italiana» nutrita di feconde suggestioni ‘provinciali’ e, allo stesso tempo, sovra-temporali, assolute: la parola, prima ancora che essere emessa, viene vagliata dall’orecchio, modulata in un canto che è suscitato dalle immagini che scorrono lungo lo svolgersi del pensiero-riflessione del poeta, entro il quale il micro-cosmo dell’infanzia e della giovinezza si salda al macro-cosmo della società, della natura e del cosmo.
Qui la disposizione tipografica dei testi e dei versi al loro interno possiede una valenza visiva e spaziale non trascurabile, che rinvia a una precisa istanza formale e compositiva. Questi versi affondano come lame in medias res attraverso immagini-simbolo forti ( morte, respiro, giorni, Dio) enunciando e dispiegando la ‘poetica’ di questo libro, nel quale memoria e vita, intricati nel canto della poesia, si fanno erranza, sentimento dello scacco, rassegnazione lucida e consapevolezza umana, umile e dignitosa, assunta come agnizione, riconoscimento della sacralità del luogo e del mistero vivificante della Grande Madre-Terra (Alla Dea Madre).
Nella poesia di Claudio Di Paola si intuisce anche un metodo, in accezione esperienziale e, quindi, conoscitiva. La poesia, in tal senso, per Claudio, è una “methodos”, una “via attraverso la quale” intraprendere e tentare una conoscenza di se e del mondo; una conoscenza anche fallace e fallibile, ma, pur sempre, avventura appassionata e appassionante di ricerca e di scoperta, di desiderio e di incantamento, che offre un dono trasformante, spaesante e significante. Un atteggiamento, quello di Claudio di Paola, in ordine al potere conoscitivo della poesia, che si mostra in sintonia con le posizioni di alcune pratiche poetiche contemporanee come, ad esempio, il Manifesto della Nuova Poesia Umanista Universale di Donatella Bisutti, che riafferma la possibilità concessa all’uomo, grazie alla poesia, di fare l’esperienza di una realtà che si pone oltre la realtà quotidiana, qualificandosi quale ‘via’ di conoscenza diversa e privilegiata, in grado di postulare l’esistenza di una dimensione psichica del mondo, quell’Anima Mundi esplorata e cantata da Esiodo, Lucrezio, Hölderlin, Yeats, Leopardi, Lucio Piccolo, Mario Luzi, e che Claudio Di Paola coglie e restituisce nei suoi versi, soprattutto quelli dedicati al suo ‘cosmo nativo’.
Il linguaggio, in questo libro, si fa, dunque, contemporaneamente, strumento ed oggetto dell’indagine esistenziale e conoscitiva. La parola qualifica l’essere umano, ed essa possiede la capacità di spalancare abissi (Tra i fondali dell’anima, Come nessuno, Il canto di Dulcinea), di legare l’uomo alla propria origine – il mito-primordiale della «provincia» (Taffuni, Terra mia, Il ventre e i falò), luogo simbolico che assume le polarità viaggio-ritorno / erranza-sconfitta / radicamento-sradicamento – e di accompagnarlo proprio nell’allontanamento dall’origine, vissuto come sentimento di dispersione e di perdita, ma, anche, come consapevolezza dell’ineluttabile necessità di accettare il nomos della terra (Carovane). Claudio Di Paola sa bene, anche in quanto studioso e insegnante di filosofia, che il linguaggio è connesso con l’esser-ci heiddeggeriano e con la possibilità che ha la poesia di ‘verbalizzare’ quest’’esser-ci’.
L’esperienza emotiva e memoriale del poeta trova una sponda culturale con felici e cogenti rimandi alla pittura e alla musica, all’epopea classica e al mito ctonio ibleo, secondo una strategia di intra-testualità e di extra-testualità che risulta essere pregnante all’interno del registro stilistico del poeta. Il suo attraversare i territori oscuri, crepuscolari e ‘notturni’, enigmatici, delle esperienze dell’autore – il quale si configura in quest’opera come un «sacerdote laico» – spinge a sondare terre estreme, dimensioni erotiche del reale, cui alcuni componimenti, con complessa stratificazione linguistica e psichica alludono; a tentare un ‘varco’ verso un orizzonte ancestrale che si sviluppa lungo la traiettoria della discendenza biologica e della memoria legate alla madre e al padre, figure centrali e istitutive del libro, cariche di una potente energia che si replica nei ‘doppi’ letterari del “cavaliere errante” per eccellenza, El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha, e dell’”amante impossibile” Dulcinea.
Sulla scia di una stimolante riflessione di Américo Castro sulla «dottrina dell’errore» in Cervantes, fondata sull’idea che l’Hidalgo produca un’erronea decodificazione della realtà alterando, così, l’ordine naturale delle cose, con l’esito di rompere l’armonia orchestrata dalla natura, ho colto una pregnante chiave di lettura del testo di Di Paola, tutta giocata sul doppio registro letterario e meta-letterario. Adottando una condotta estremamente irrazionale e trasgressiva, l’Hidalgo, che incarna la figura dell’appassionato sognatore – assimilabile a quella dei poeti e dei fondatori di religioni – nella sua ‘pazzia’, mosso dall’amore per la verità, si vota a combattere le iniquità dell’egoismo umano che domina il mondo, lanciandosi in un viaggio avventuroso la cui fine ingloriosa gli fa sentire unicamente il dolore dell’ideale infranto. Don Chisciotte, appunto, infrange lo statuto della realtà perché in essa la sua follia vede riflessa la biblioteca andata in fiamme. La sua, in tal senso. è una ricerca di senso, assimilabile a quella del poeta, che individua una identificazione del personaggio romanzesco con la sua visione del mondo, inaugurando così l’avvento di un «pensiero destituente» che soltanto la parola poetica – entro una linea di riflessione sul rapporto tra logos e realtà, sul suo portato e sui suoi limiti, che muove da Heiddegger, da Weil e da Maria Zambrano per intricarsi nel fitto groviglio del pensiero ‘continentale’ contemporaneo ed approdare a Severino, Mazzarella, Esposito, Cacciari – può fare accadere nel mondo.
Da questa ultima notazione si evince anche come la poesia di Claudio Di Paola sia nutrita di letture, di studi e di una raffinata consapevolezza culturale assimilata durante un lungo meditato processo di “ruminazione” intellettuale. Ed è qui che individuo un altro pregio,
un’altra peculiarità della sua poesia: la sua immediatezza, che è frutto di una meditata sapienza e che è esito di una ‘confidenza’ con la semplicità con cui egli accoglie nella parola e nel verso i suoni e le immagini del mondo, con l’innocenza e la gravezza del Puer/Senex junghiano che trasmette al lettore gli stupori e gli entusiasmi di una “mente-fanciulla”, intatta, primigenia e felice come il “pastore errante” leopardiano, che scopre il mondo e lo reinventa nel gioco sublime della poesia, nell’incantagione dei versi e del fare letteratura, dimostrando che il mondo si può anche ‘trasformare’ poetando e si può ancora cogliere “ingenuamente” nella sua semplice essenzialità, malgrado le sovrastrutture de-umanizzanti della Zivilisation e i dispositivi di una nuova inaudita Kultur globalizzata votata a privilegiare la ‘moltitudine’ e ad annientare il singolo individuo.
Il viaggio poetico che Claudio di Paola schiude in Come Don Chisciotte, può essere anche visto, dunque, come un “maturare verso l’infanzia”, un modo in cui si declina quell’arte di ingannare la morte simile a quella del cavaliere Antonius Block nel Settimo sigillo, nella coraggiosa e lucida consapevolezza dei propri limiti e delle proprie possibilità: «Guardo vecchie foto in bianco e nero/reliquie/tra le mani che ormai sanno/. Oltre le streghe e i roghi siamo andati/abbiamo attraversato il deserto/ e sotto le cupole di stelle eravamo insieme./ Oggi ci ritroviamo ancora qui/dove continuano le strade e il vento/ con il piglio dei mercanti dei sogni/» (Oltre il Muro di Babele, III).
Chiusa in gola col fiato e col canto che esprimono amore e dolcezza, che intessono bellezza e memoria, nel libro di Claudio Di Paola riconosciamo la coerenza di un’opera poetica che, nella costanza dei temi e delle soluzioni stilistiche, non si ripete né si ripiega in se stessa, ma riesce ad andare oltre le proprie conquiste concettuali e stilistiche aprendosi ad accogliere l’Altro.
D’altra parte, che cosa è ‘scrivere’, che cosa è ‘fare poesia’, se non un andare al di là delle proprie forze, dei propri limiti, del proprio mondo – donchisciottescamente – per incontrare l’Altro?
Per tale ragione, e per molte altre che qui si intendono sottaciute per congiura di affetti e di sentimenti con l’autore, dico grazie a Claudio Di Paola per avere donato l’«ospitalità» (Edmond Jabès) della sua poesia in questo tempo di paure e di scoramenti.
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