Siracusa prima dei Greci. Alcune riflessioni sui culti indigeni

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Nel complesso labirinto della protostoria siciliana, priva di una tradizione letteraria, le nostre conoscenze si basano esclusivamente sulla cultura materiale. Le poche informazioni in nostro possesso si devono ad alcuni autori greci e consistono in brevi accenni scaturiti non da un effettivo interesse.

Nel periodo compreso tra il 750-730 ed il 650 a.C., corrispondente alla cosiddetta facies del Finocchito, nella parte orientale della Sicilia avvenne quel complesso incontro e scontro con la cultura greca che ancora presenta parecchi aspetti da approfondire. Nel territorio siracusano, l’arrivo dei coloni greci determinò un progressivo fenomeno di aggregazione. Alla fondazione di Siracusa seguì la penetrazione nell’entroterra attraverso due direttrici: la prima costiera con la fondazione di Eloro, la seconda montana, con la fondazione di Akrai (Palazzolo Acreide) e Casmene (Monte Casale). Conseguenza di questo fu, molto probabilmente, la fine violenta del cosiddetto “regno” del Finocchito.

Andando oltre il luogo comune di un differente approccio con l’elemento indigeno, “pacifico” per i coloni calcidesi e “violento” per quelli dorici, i rapporti dovevano essere condizionati da necessità come il controllo della terra e la creazione di un mercato. Queste necessità determinarono un riassetto del territorio attraverso fenomeni di sinecismo o altre forme di aggregazione, solo in un secondo momento dovette imporsi lo scontro armato. L’ethnos siculo, guidato da aristocrazie guerriere, dovette affrontare un confronto impari, che lungo le coste megaresi iniziò con la concessione da parte del sovrano siculo Hyblon delle terre per fondarvi Megara Hyblaea.

 

La distruzione violenta del Finocchito, insieme alla fondazione di Selinunte, segnarono la fine dell’indipendenza politica e culturale delle popolazioni indigene. Con la fondazione di Camarina, agli inizi del VI secolo a.C., Siracusa prese il controllo della cuspide sud-orientale dell’isola, ampliando la propria chora, rifornendo i propri mercati ed acquisendo forze-lavoro. Alcune colonie, come Camarina, cercarono di costruire le proprie fortune anche su un dialogo con le popolazioni indigene. Quest’ultime manifestarono due diversi atteggiamenti: da una parte cercarono di resistere all’arrivo dei coloni greci per salvaguardare una propria identità culturale, dall’altra furono attratti dalla nuova cultura egemone. Queste tensioni si andranno attenuando nel corso del V secolo a.C., dopo l’ultimo fremito di rivolta rappresentato dal tentativo di Ducezio, per cedere ad un progressivo processo di acculturazione.

I dati archeologici permettono di confermare questo progressivo affermarsi dell’iniziativa greca, cogliendo nello stesso tempo la risposta degli insediamenti locali, pronti ad accogliere la cultura greca fornendo prodotti e manodopera. I mercati locali furono invasi da prodotti di importazione, in particolare le ceramiche, ma a questo si accompagnava anche la creazione di guarnigioni militari (a Sabucina ed a Morgantina) e di insediamenti (Monte San Mauro di Caltagirone e Monte Saraceno di Ravanusa). Nell’entroterra di Camarina, l’abitato di Castiglione presenta una fase di distruzione datata alla fine del VI secolo a.C., attribuita alle operazioni militare intraprese da Ippocrate. Nella necropoli, oltre alla presenza di tombe a grotticella di tipo indigeno ed a semplice fossa di tipo greco, sono stati rinvenuti dei prodotti greci nei corredi funerari insieme a semplici riproduzioni locali di modelli coloniali. Nel centro del Mendolito, lungo il corso del Simeto, si conosce un insediamento indigeno abbandonato dopo la fondazione di Adranon, verso la fine del V secolo a.C. Su uno dei due bastioni della cinta muraria, presso la porta urbica, è stata rinvenuta una lunga iscrizione in caratteri greci e in una lingua affine ai dialetti oschi. Nel testo si fa riferimento all’organizzazione cittadina, che doveva essere condiviso da entrambe le componenti, greca ed indigena.

Accanto alla sfera funeraria, quella religiosa rappresenta un altro punto di incontro privilegiato tra popolazioni indigene e cultura greca. Come è stato osservato anche in Magna Grecia, il sacro si afferma negli insediamenti indigeni in rapporto con il processo di urbanizzazione e con il consolidarsi delle aristocrazie locali. Il problema principale in ogni ricerca è quello di determinare fino a che punto furono recepite certe formulazioni cultuali, non solo da un punto di vista architettonico, evitando di ricorrere ad un sincretismo che richiederebbe scambi poco proponibili con l’elemento greco. Più complessa è stata l’ipotesi proposta da Pugliese Carratelli, il quale proponeva una comune ascendenza minoico-micenea per culti greci ed indigeni derivanti da quello della Grande Madre cretese. A conferma di questa ipotesi ci sono le offerte di fabbrica greca ed indigena presenti negli stessi luoghi di culto, sia all’interno di città greche che in insediamenti indigeni. Questo riproporrebbe una situazione già vista nei corredi funerari, collocandosi nella medesima prospettiva di autopromozione culturale.

Pur non conoscendo molto dei principali culti siculi, possiamo comunque osservare che erano collocati in ambienti di notevole attività geosismica, come il santuario della dea Hybla in località Salinelle, nel territorio di Paternò, dove sgorgano polle d’acqua ferroso-sulfurea, oppure il santuario dei Palici presso il laghetto di Naftia, nella piana di Catania.

Il rinvenimento di grandi statue di divinità femminili attribuibili a maestranze sicule e siceliote, come nel caso di Grammichele, testimonierebbe un coinvolgimento indigeno non solo nella definizione dell’area sacra e nella decorazione degli edifici, ma anche nella definizione degli attributi iconografici del culto. In questo senso possiamo ricordare il grande busto fittile recuperato presso la foce del Simeto e datato alla prima metà del V secolo a.C. Questa scultura non sembra essere di derivazione greca, in particolare per il dettaglio dei seni traboccanti dalla veste, che suggeriscono anche un preciso riferimento per questa “Dea del Simeto” alla sfera della fecondità.

La foce del Simeto.

 

Un progressivo adattamento a modelli greci è stato visto in un gruppo di bronzetti figurati siculi. All’inizio della serie si colloca un esemplare del Plemmirio, ispirato a prototipi di età geometrica, rappresentante una figura maschile nell’atto di tenere con la mano destra il proprio fallo. Anche in questo caso possiamo cogliere un riferimento alla fecondità.

Queste sculture ci suggeriscono una forma di evocazione teofanica, che doveva caratterizzare la religione dei Siculi. La componente guerriera resterà una delle componenti costanti nelle strutture sociali sicule, favorita da una conflittualità con le colonie greche. Questa connotazione guerriera si può essere evoluta verso una forma di condizione mercenaria che alimentava le numerose guarnigioni greche nei centri indigeni. La vocazione agricola rappresentò, comunque, il nucleo portante delle singole comunità, in quanto dedito essenzialmente alla produzione agricola anche in funzione degli scambi con le colonie greche. La presenza sicula doveva essere consistente nei territori (chorai) delle città greche, come i cosiddetti “campi leontini”, e di origine sicula furono alcuni dei Kyllirioi che si scontrarono con i Gamoroi siracusani. L’esistenza di una élite riconducibile alla sfera del sacro appare verosimile almeno a partire dal VII secolo a.C. L’importanza di alcuni culti da un punto di vista politico e sociale è provato dal santuario dei Palici, che poteva offrire rifugio (asylia) e dove avvenivano ordalie collegate alla presenza di crateri ribollenti. I sacerdoti di Hybla, famosi interpreti di sogni, erano tenuti in grande considerazione ancora dalla madre di Dionisio.

Bronzetto del Plemmirio, seconda metà dell’VIII secolo a.C., Siracusa, Museo Archeologico Regionale “P. Orsi”

 

Il numero ridotto delle testimonianze in nostro possesso ci permette, comunque, di osservare come proprio nell’ambito indigeno possiamo trovare l’embrione di quel modello di economia rurale, di cui i culti legati alla fertilità rappresentano una precisa espressione, che farà dell’isola il futuro granaio del Mediterraneo.

 

 

 

 

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