Lo storico esponente antiracket: “A Siracusa non si denuncia più, il racket ha cambiato strategia, l’usura approfitta della crisi e lo Stato non risponde”
Nel dibattito giustamente allarmante sulla questione del caro energia e delle conseguenze drammatiche che, senza un intervento tempestivo dello Stato, potrebbero ricadere sulle imprese, soprattutto in autunno, manca un elemento importante e non trascurabile. Si parla tanto di chiusure, di impossibilità di pagare le bollette, di rincari dei prodotti che toccherebbero anche le famiglie, ma non si parla di un altro rischio elevato: l’azione della criminalità. In particolare, di come, in un generale problema di liquidità e di capacità di spesa, potrebbe inserirsi con forza il fenomeno dell’usura.
Un settore criminale che, come rileva Sos Impresa, ha un giro di affari di circa 20 miliardi di euro e interessa almeno 200mila imprese italiane, gestito in parte dalla criminalità organizzata, ma non solo. Gli usurai sono anche soggetti con una certa disponibilità economica, che stanno al di fuori delle famiglie mafiose, e che sfruttano le situazioni di difficoltà delle persone per sottometterle e pian piano spogliarle di ogni loro bene.
Un fenomeno difficile da inquadrare nelle sue dimensioni reali, visto che non è semplice per chi ne è vittima denunciare, anche se da un recente studio di Confcommercio è emerso che il 58,4% degli imprenditori ritiene necessaria la denuncia e il 33,6% vorrebbe farlo ma non sa come agire. La percentuale di chi sarebbe disposto a denunciare sale al 66,7% al Sud, dove la battaglia contro racket e usura è iniziata molti anni fa, diventando avanguardia. Eppure in province come Siracusa le denunce sono sempre meno.
Tra coloro che per primi in Italia hanno alzato la testa contro racket delle estorsioni e usura, c’è Paolo Caligiore, uno dei pionieri dell’antiracket italiano, coordinatore provinciale della Federazione Antiracket Italiana, che abbiamo intervistato su SiracusaPress.
Partiamo un po’ dal quadro generale. La provincia di Siracusa è stata tra le prime a ribellarsi al racket, più di 30 anni fa. Qual è la situazione oggi?
La situazione attuale è che non ci sono denunce né per quel che riguarda il racket né per l’usura. Il problema è che, in un momento così difficile, dopo due anni di pandemia, e con una ripresa che stenta a vedersi, molte imprese sono in seria difficoltà. E l’usura ne approfitta, anche perché è un fenomeno più difficile da denunciare rispetto alle estorsioni.
Perché? Qual è la differenza?
La differenza tra racket e usura è che, mentre l’estortore viene da te, ti chiede il pizzo, ti minaccia, ti danneggia l’auto o il negozio, l’usuraio viene cercato da chi è in difficoltà, perché sembra rappresentare l’unico spiraglio per non perdere tutto, anche se poi non è così. Ma questa è la percezione differente relativamente ai due fenomeni.
Le associazioni degli imprenditori hanno lanciato l’allarme sul rischio chiusura delle imprese, per via del caro bollette che le sta mettendo in ginocchio. Una situazione ideale per l’usura.
Certo, questo è un tema che abbiamo discusso con le associazioni di categoria. Il problema più urgente è questo. Perché vedi, mentre il racket delle estorsioni, in un momento di difficoltà, abbassa i prezzi per cercare di tenersi quell’imprenditore e tenerlo calmo, evitando le denunce, l’usura non ha bisogno di cambiare approccio. Davanti alle chiusure dei crediti da parte delle banche alle imprese, in una fase come questa, gli imprenditori in grande crisi hanno bisogno di liquidità per non chiudere. Ed ecco che l’usuraio si fa trovare pronto ad “aiutarli”.
Un falso aiuto che l’imprenditore farebbe meglio a rifiutare, visto che l’usura significa perdere tutto, azienda compresa.
Certo. Ma il fatto è che da un lato si chiede alle imprese di restare nell’ambito della legalità e dall’altro poi però si mostra uno Stato assente. Se vogliamo essere precisi, parlando anche del fenomeno del racket, al di là degli sforzi meritevoli di forze dell’ordine e magistratura, non è che ci sia una risposta forte delle istituzioni. Èun problema che, in questo momento, noi pensiamo sia stato accantonato. Se ci sono denunce va bene, se non ce ne sono meglio ancora, così non ne parliamo proprio.
Perché a Siracusa ci sono meno denunce?
Innanzitutto, perché Siracusa è sempre stata più complessa. Di solito è più facile riuscire a fare denunce in provincia. Come antiracket abbiamo investito molto su Siracusa, ma non è che se siamo capaci di raccogliere cinque denunce all’anno (numeri che al momento non ci sono), vuol dire che sono solo cinque persone a pagare il pizzo. A pagare sono in tanti, ma sempre meno sono quelli che denunciano. Manca la volontà di liberarsi degli estortori. Quando sentiamo dire che alla fine è come pagare una assicurazione, è difficile poi andare a scardinare certe convinzioni. Quando ascoltiamo imprenditori che pronunciano queste parole, che non sono altro che un alibi, è complicato convincerli a denunciare.
Un passo indietro rispetto al passato…
Le inchieste hanno dimostrato che, a seconda dei settori, oggi si pagano 300-500 euro, cioè cifre che non sono così importanti da convincere un commerciante a dire basta perché non ce la fa più. Con la crisi, la mafia ha abbassato i “prezzi”, in modo da far pagare tutti ed evitare che qualcuno denunci. D’altra parte, se il commerciante vittima di racket non capisce che ribellarsi è innanzitutto una questione morale e di dignità, non andrà mai a denunciare per una estorsione da 300 euro. Tra l’altro, sono cambiati anche i metodi del pizzo. In molti casi non chiedono più materialmente i soldi, ma ad esempio se sei un ristoratore vengono a cena da te gratis, se hai un supermercato vengono a fare la spesa gratis, oppure se hai un negozio di abbigliamento vengono a prendersi dei capi senza pagare. Forme meno rischiose per il criminale. Il commerciante che subisce questo, tende a minimizzare, dicendo che per qualche cena, per un paio di maglioni o per un po’ di spesa non è il caso di infilarsi nella denuncia e in un processo. È assurdo, ma purtroppo è la triste realtà con cui facciamo i conti. Di contro, non c’è nemmeno la voglia da parte dello Stato di fare una lotta seria contro il racket e contro l’usura.
Tornando all’usura, in questa fase così difficile, cosa bisognerebbe fare per arginare la crisi ed evitare che le imprese ricorrano agli usurai?
Credo che le ricette non possiamo darle noi associazioni. Ritengo che debba essere lo Stato a farlo. Ho sempre inteso lo Stato come una cosa comune, siamo noi stessi, ma poi sono le istituzioni a dover legiferare e a dover sostenere l’imprenditore in difficoltà. Mi pare che da questo punto di vista, lo Stato sia piuttosto assente. Se non si interviene sulle banche, affinché permettano a persone in difficoltà di accedere al credito e a tassi agevolati, se non c’è un sostegno economico del governo nei confronti di queste persone, poi è difficile che si rimanga nella legalità, difficile pensare di poter combattere davvero l’usura. Noi, quando riusciamo a convincere un cittadino a denunciare e ci mettiamo al suo fianco, facciamo la nostra parte, ma poi serve uno Stato che governi certe situazioni, dando seguito alla denuncia. C’è stata una polemica, qualche mese fa, con il presidente della commissione regionale antimafia che ha accusato le associazioni antiracket di aver perso smalto. Rispondo che vorrei sapere cosa hanno fatto la politica regionale e nazionale, in questo periodo, per dare una mano alle associazioni antiracket. Quali strumenti ci hanno dato per risolvere queste situazioni? Quando leggiamo sui giornali che sono stati dati 100 anni di galera a dei criminali, va detto che questi risultati non sono solo merito delle forze di polizia, ma anche del lavoro delle associazioni antiracket. Noi, con il nostro lavoro, aiutiamo le forze di polizia e la magistratura.
Forse il problema reale è che oggi si parla molto poco di racket e usura e in generale di lotta alla mafia.
Siamo tornati al periodo in cui io ho iniziato, oltre 30 anni fa, con la differenza che oggi l’attenzione di forze di polizia, magistratura e prefettura è massima, e basterebbe poco per aiutare chi denuncia. Quello che manca è un impegno dello Stato per dotare di strumenti chi denuncia. Ma se ci vogliono anni per fare un processo, se molte volte gli estortori sono fuori dai tribunali ad aspettare chi li ha denunciati, come si fa a sperare che le persone possano avere il coraggio di ribellarsi? Per me i cittadini che vanno a denunciare sono i veri eroi, perché continuano a non arrendersi, nonostante le difficoltà, decisi a proseguire la loro azione anche in fase processuale.












