[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”di Massimiliano Perna”][vc_column_text]
Il rapporto tra politica e cittadino è cambiato, polarizzandosi anche al di fuori dei social. La politica siracusana affronti il tema del confronto e dell’accettazione del dissenso
Qualcosa è cambiato. Nell’epoca della politica 2.0, quella che dialoga e discute attraverso il web e i social, sempre più priva di mediazioni e distanze, il rapporto, un tempo costruttivo, tra politico e cittadino ha smarrito le sue notazioni positive, quelle del confronto, del dibattito, anche acceso, ma contenuto entro i limiti del dissenso civile. Se i social e il web sono luogo di polarizzazione, nella quale ci si rallegra dei like di approvazione e ci si infuria per gli attacchi, le critiche o per gli insulti degli haters, la vita reale sembra seguire uno schema sempre più simile a quella osservata sul virtuale. Il conflitto, quello che le forze politiche nutrono nella infinita guerra di posizionamento elettorale, dimenticando spesso l’obiettivo del bene comune, si riflette anche nel rapporto tra cittadinanza critica e politica. Da ciò deriva, spesso, un sentimento diffuso di disaffezione o perfino antipolitico, ma a volte stimola anche di più la partecipazione e dunque le occasioni di contestazione. Ci sono le contestazioni oltraggiose e violente, così come ci sono quelle civili e pacifiche. Chiaramente a nessuno piace essere criticato o contestato apertamente, a nessuno piace vedere il proprio cerimoniale politico interrotto da chi ne demolisce l’enfasi o ne critica i contenuti. Ma la politica è questa, la democrazia è questa, e se ci si presenta davanti ai cittadini, bisogna essere pronti ad accettare il dissenso. Purché sia espresso in modo non violento, né offensivo.
Così, ad esempio, se un signore interviene a un evento pubblico per criticare pacificamente e nel merito l’evento stesso e sostenere le proprie idee circa l’utilità di quell’evento, ritenuto una semplice passerella dalla dubbia utilità, bisogna rispondere, magari provare a dialogare, anche pretendendo un reciproco spazio di parola. Di sicuro, però, non è ammissibile in alcun caso, che un politico, a maggior ragione se è un rappresentante istituzionale, possa insultare il cittadino e tantomeno mettergli le mani addosso. Perché bisogna dare l’esempio e perché mai la violenza fisica può entrare nel confronto politico e civile. Quello che abbiamo visto tutti è imbarazzante, inqualificabile, impossibile da comprendere in alcun modo. Vedere un assessore mandare a quel Paese e poi spintonare un signore che, per fortuna, con grande intelligenza, non ha reagito all’aggressione, è imbarazzante per la città, per la giunta e per l’intero corpo politico della città, prima che per il diretto interessato. Che anche nel chiedere scusa, cosa che giustamente il sindaco aveva preteso, non fa una bella figura, dimostrando che la pezza a volte è peggio del buco che vorrebbe coprire. Perché scusarsi dando la colpa alla polizia municipale che non è intervenuta a zittire la legittima opinione del cittadino contestatore, cosa che avrebbe violato il suo diritto di parola, significa non aver capito la gravità del gesto compiuto.
Questa vicenda forse testimonia che ci sono fasi della carriera di un politico nelle quali la tracotanza prevale sulla cultura e sull’intelligenza di cui si è ampiamente dotati. Il danno così è duplice, politico e culturale. Rimanda a un senso di responsabilità che evidentemente si è smarrito. Fa perdere di vista cosa significa occupare un ruolo istituzionale e quale sia la differenza tra la difesa di uno spazio di parola e il bullismo. In questa città, sembra che la politica debba ricevere solo plausi e incensi. E questo atteggiamento lo vediamo spesso, quando ci si infuria per domande che non sono comode o quando si reagisce a critiche e opinioni a volte anche molto più qualificate della politica sui temi oggetto di dibattito. Quanto accaduto è la fotografia di una città divenuta da tempo allergica al dissenso e al confronto serio. Per questo non bastano le scuse, ma serve un gesto esemplare, che recuperi la dignità della politica, come può essere quello delle dimissioni. Dopodiché serve un cambio di passo, da parte di tutto il mondo politico, perché è facile indignarsi per gli altri e poi dimenticare le proprie colpe e i propri comportamenti o, ad esempio, perdere di vista il principio che le domande di cittadini e osservatori non devono essere necessariamente quelle che piacciono o quelle che si è chiesto tristemente di concordare.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]












