Lukoil e IAS, due vicende da troppo tempo sottovalutate, sotto i riflettori di “Report”
Parlare oggi con un qualunque lavoratore del Polo Petrolchimico di Siracusa significa ascoltare dubbi e preoccupazioni sul futuro un tempo ritenuti impensabili.
Questo perché lavorare lì, specie per nomi importanti come Isab (oggi Lukoil), significava proprio avere assicurato il cosiddetto “posto fisso”, un sogno che da qualche decennio garantisce a migliaia di famiglie siracusane la possibilità di condurre una vita magari non agiata, ma di certo più che accettabile.
Il benessere economico raggiunto, lo sappiamo anche dalle tante inchieste avviate dalla Magistratura, non è stato a costo zero per il territorio, soprattutto sotto il punto di vista ambientale, anche se, è bene ricordarlo, la normativa in tal senso negli anni è diventata molto più restrittiva, tanto da costringere più volte le aziende del petrolchimico a costosi ma necessari interventi per modificare gli impianti e renderli di volta in volta rispettosi dei nuovi limiti di emissione.
Gli impianti odierni dunque non inquinano quanto quelli presenti negli anni ’60 e non possono essere considerati gli artefici esclusivi del danno ambientale prodotto da decenni di industrializzazione.
Fatta questa doverosa premessa, la puntata di Report andata in onda nella giornata di ieri, 28 novembre, ha affrontato con il solito taglio della trasmissione prima la vicenda Lukoil, legata al prossimo embargo dei prodotti petroliferi via mare provenienti dalla Russia, e poi quella giudiziaria del depuratore consortile IAS, il fegato della zona industriale che però, se non si interviene in tempo, rischia di diventare più un cancro che un organo funzionante.
Lukoil, l’azienda russa “meno russa” esistente
Su Lukoil si è detto e scritto, in queste ultime settimane, tutto e il contrario di tutto ma è bene ribadire alcuni punti fondamentali: la società non è mai stata sottoposta a sanzioni dirette ed è anche stata, il giorno dopo l’invasione russa dell’Ucraina, tra le prime ad auspicare una rapido ritorno alla pace. Casualmente, poco dopo aver espresso questa posizione piuttosto distante da quella ufficiale di Mosca, il presidente del CDA di Lukoil Ravil Maganov cade da una finestra dell’ospedale del Cremlino e muore.
Il problema pratico di Lukoil è legato ad un meccanismo economico-burocratico, ossia al fatto che le banche, a causa del conflitto in corso, non sono più disponibili a garantire il credito necessario per l’acquisto del petrolio dal Medioriente; l’azienda in questi mesi si è dunque rifornita dall’unico fornitore disponibile, ossia proprio la Russia.
Dal 5 dicembre però questa operazione, a causa dell’entrata in vigore delle sanzioni, non sarà più possibile e il rischio è quello della mobilità prima e del licenziamento poi per quasi 10 mila famiglie tra diretto e indotto.
Nonostante i numerosi solleciti, il Governo Draghi perde tempo prezioso e la prima svolta seria si ha con la cosiddetta “comfort letter”, rilasciata dal Mef nei primi giorni di novembre, con la quale il Governo a guida Meloni garantisce l’assenza di misure restrittive previste dall’Europa; tuttavia, neanche questo sembra essere d’aiuto con gli istituti di credito.
Il 18 novembre, il ministro Urso riunisce le parti sociali. C’è il presidente della regione Schifani, il direttore dello stabilimento Lukoil e i rappresentanti sindacali. Sono invitati anche i rappresentanti delle banche che però, ancora una volta, al tavolo non si presentano.
Report alza poi l’asticella, immaginando una sorta di complotto internazionale con a capo gli Stati Uniti, interessati ad acquisire l’intero asset Lukoil; sarebbero stati dunque gli USA ad alimentare questa sorta di boicottaggio occulto, nella speranza di impossessarsi dello stabilimento ex Isab, ma Lukoil ha declinato l’offerta; in campo restano però poche soluzioni per salvare il tessuto socio-economico del siracusano, una di queste potrebbe addirittura essere la nazionalizzazione dell’azienda.
Depuratore consortile IAS, una ferita aperta nel cuore del petrolchimico
In questo contesto emerge anche la maleodorante, in tutti i sensi, questione IAS: la troupe di Report ha l’autorizzazione ad entrare nell’impianto consortile, gestito da una società mista pubblico privata, la IAS appunto. La maggioranza del capitale, il 65,5 %, è della regione siciliana, il 7,5 dei comuni di Priolo Gargallo e Melilli; il resto è dei privati, le aziende che inviano qui i reflui inquinanti degli impianti. L’impianto è sequestrato dal tribunale, per un probabile disastro ambientale, ma la sua chiusura significherebbe lo stop quasi contestuale di pressoché tutta l’attività del petrolchimico; ancora una volta, il bivio è tra la salute e il lavoro.
Negli anni l’impianto non viene quasi mai controllato anche perché non è dotato di una autorizzazione integrata ambientale, il documento necessario per dare il via libera ad aziende grandi e pericolose dal punto di vista ambientale; tale autorizzazione arriva però, a tempo di record, lo scorso luglio dalla Regione Siciliana.
Gli impianti tuttavia devono essere adeguati alle nuove prescrizioni e pende ancora il provvedimento del tribunale di Siracusa. Quale sarà dunque la fine della vicenda? La soluzione prevede in ogni caso l’impegno di ingenti risorse, sia da parte dei privati sia da parte della Regione, perché soltanto in questo modo si potrà garantire il necessario rispetto delle normative ambientali al fine di coniugare, finalmente, il diritto alla salute con il diritto al lavoro e con la dignità dei lavoratori.












