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Autonomia speciale e rapporti regioni-Stato centrale

Convivio, a cura di Mario Blancato

La gestione della pandemia e del piano vaccinale, che ha evidenziato limiti e ritardi sia a livello centrale che periferico, ha riproposto in termini polemici il tema dei rapporti fra Stato e Regioni. Come spesso accade in situazioni simili, la politica si è divisa tra chi rivendica una maggiore autonomia regionale, addossando le colpe delle disfunzioni allo Stato, e chi invece ritiene che bisogna ridurre i poteri regionali per rafforzare le esigenze unitarie del Paese.

 

Nella nostra Costituzione il tema dei rapporti Stato- Regioni è stato originariamente regolato dagli articoli 117 e 118, ma l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario è avvenuta 22 anni dopo.

 

Il quadro è poi notevolmente cambiato con la nascita del diritto comunitario europeo – come ha notato efficacemente Anna Lucia Valvo nel suo bell’intervento – con l’istituzione delle Città Metropolitane e soprattutto con il crescente ruolo politico dei presidenti delle Regioni, una buona parte dei quali si sono fatti interpreti di una forte spinta autonomistica, che in alcuni casi ha lambito forme secessionistiche.

 

La necessità di armonizzare, sul piano legislativo, le competenze e l’articolazione dei poteri Stato-Regioni venne prevista dall’articolo 117 della Costituzione vigente all’epoca della nascita delle Regioni. Esso disponeva che la Regione nelle materie di sua competenza “emana norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato.”

 

Tali principi, secondo autorevoli opinioni, hanno un valore normativo finalizzato a svolgere una funzione di indirizzo nei confronti della successiva legislazione regionale. Va da sé che quanto più essi sono penetranti tanto più vengono salvaguardate le esigenze unitarie e compresse quelle autonomistiche e viceversa.

 

Intorno a questo concetto, e all’ampliamento delle competenze assegnate alle Regioni, è ruotato (e ruota ancora oggi) il dibattito parlamentare e politico, anche a seguito dell’introduzione del principio di sussidiarietà, che rimodula, sul piano funzionale, l’articolazione dei poteri dall’alto verso il basso.

 

Del tutta diversa la finalità sottesa all’articolo 118 della Costituzione del tempo (“Le Regioni esercitano le proprie funzioni amministrative mediante la delega agli enti locali o avvalendosi dei loro uffici”.) che mirava, in verità con scarso realismo, ad evitare la formazione di quella che fu chiamata “la quarta burocrazia”, che si aggiungeva a quella statale, provinciale e comunale. Pia illusione, naturalmente.

 

Il quadro dei rapporti tra Stato e Regioni, come detto, è notevolmente cambiato per effetto della revisione dell’elenco delle competenze attribuite alle Regioni, della creazione di nuovi “livelli amministrativi” (le città metropolitane) e della legislazione comunitaria, ma è rimasto irrisolto, a mio avviso, l’interrogativo di fondo e cioè: l’accrescimento dei poteri regionali comporta più efficienza per la vicinanza e la conoscenza del territorio da parte del potere politico o invece crea a livello periferico un nuovo accentramento burocratico che deprime la spinta partecipativa? Per non parlare delle varie forme di occupazione, ai fini del consenso politico, di settori amministrativi fondamentali come la sanità.

 

Personalmente ritengo cruciale la definizione di uno scenario normativo e amministrativo che porti a sintesi positiva le ragioni autonomistiche e quelle unitarie e non mi accodo alla richiesta di ri-centralizzazione che viene da alcuni settori del mondo politico.

 

Ma ritengo altresì che, fatti i dovuti distinguo, ci sia bisogno a livello regionale (come a livello centrale) di una migliore politica. In particolare, va frenata la tendenza, quell’eloquente “faremo da soli”, dei “governatori” (non di tutti) a trasformare le Regioni in Repubbliche a sé stanti.

 

Con una metafora direi che per l’equilibrio dei rapporti fra Stato e Regioni occorrono tre cose: un campo di gioco ben delimitato, precise regole del gioco, giocatori di qualità.

Salvo Baio

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