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Il trenino di Ciccio Pecora, la storia della ferrovia che univa Siracusa a Vizzini

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Un viaggio nella memoria della Siracusa-Ragusa, la linea che per decenni ha attraversato la Valle dell’Anapo e la Riserva di Pantalica, raccontata da Vittorini e Bufalino

“Il trenino entrava, piccoli vagoni verdi, in una gola di roccia e poi nella selva dei fichidindia. Era la ferrovia secondaria, in Sicilia […]” — così lo vedeva Elio Vittorini in Conversazione in Sicilia, la ferrovia secondaria che da Siracusa risaliva verso le montagne. Quella gola è la Valle dell’Anapo. Il treno fermava anche a due passi dalla Necropoli di Pantalica, la più grande necropoli preistorica d’Europa, dove — per dirla con Gesualdo Bufalino — si compiva “un viaggio doppio, nello spazio e nel tempo”, una discesa all’indietro tra i morti”

Prima delle autostrade, prima delle auto per tutti, prima di Google Maps, orientarsi in Sicilia voleva dire conoscere le stazioni. I paesi, le soste, i tempi morti tra un binario e l’altro. Bisognava annotare orari e coincidenze, non cercarli su uno schermo. In provincia di Siracusa quella rete di stazioni si chiamava, sulle carte, Siracusa-Ragusa, con una deviazione a Giarratana verso Vizzini. Una linea a scartamento ridotto, 950 millimetri contro i 1435 delle ferrovie normali — la misura che in Italia si usava per le linee di montagna, perché costava meno e reggeva meglio curve e pendenze. Oggi ne resta un tracciato di sentieri dentro la Riserva di Pantalica e un pannello lungo il percorso. In Sicilia, con lo stesso scartamento, sopravvive solo la Circumetnea, ormai quasi un’attrazione turistica.

Ma nessuno, qui, l’ha mai chiamata Siracusa-Ragusa. Per tutti era, ed è ancora, “il treno di Ciccio Pecora” — al secolo Francesco Battaglia Ciulla. Qualcuno dice che salisse lui stesso sui vagoni a vendere giocattoli ai passeggeri. Altri affermano che il nome sia nato dalla vetrina del suo negozio, dove teneva esposti trenini giocattolo così simili a quello vero da confondersi con lui. Le due versioni si contraddicono, e nessuno ha mai avuto voglia di stabilire quale sia la vera. Forse perché non conta: la gente ha scelto di ricordare una ferrovia intera con il nome di un venditore di giocattoli, non con una data di inaugurazione. Ed è il dettaglio più onesto di tutta la storia. Aprì nel 1915, gestita dalla Società Anonima per le Ferrovie Secondarie della Sicilia, per collegare i paesi arroccati sulle colline iblee — Floridia, Solarino, Sortino, Ferla, Cassaro, Palazzolo Acreide, Buscemi, Chiaramonte Gulfi — che altrimenti sarebbero rimasti isolati. Non andava veloce, e non doveva: il punto non era arrivare prima, ma arrivare. Ci salì anche un re. Nel 1933 Vittorio Emanuele III fece tappa alla stazione di Pantalica per visitare le tombe scavate nella roccia. Oggi quella necropoli è Patrimonio Unesco: quasi cinquemila sepolture, la testimonianza più grande che l’Europa preistorica ci abbia lasciato in un solo luogo, e ogni anno richiama archeologi e camminatori da mezzo mondo. Dieci anni dopo, nel ’43, la stessa linea servì agli Alleati per accerchiare le truppe italo-tedesche asserragliate a Palazzolo: la guerra, a quanto pare, passa anche dai binari stretti. E per un periodo il trenino trasportò l’asfalto estratto dalle miniere di Streppenosa, facendo la spola tra Ragusa e il porto di Siracusa — merce, non solo persone.

Guardare oggi le vecchie fotografie e vederci solo una locomotiva è un errore di prospettiva. Dietro c’era uno spettacolo, tra i più veri, che andava in scena ogni giorno: passeggeri in attesa sulla banchina, chi partiva per lavoro, chi tornava al paese vicino, bambini, valigie, attese calcolate al minuto. Il dopoguerra poi, fu meno generoso, prima il declino lento e poi la chiusura nel 1956, dopo appena quarant’anni di vita. Centoventi chilometri di binari smantellati e trasformati — prima in trazzere, poi in sterrati, poi quasi in niente. Oggi solo un decimo di quel tracciato è davvero curato: i tredici chilometri più belli, tra le stazioni di Sortino-Fusco e Ferla-Cassaro, chiusi al traffico a motore dentro la Riserva, percorribili a piedi o in bici con l’autorizzazione dell’Azienda Foreste Demaniali. La vecchia stazione di Pantalica è oggi un museo etnoantropologico. Oltre i confini della Riserva il percorso continua per altri nove chilometri fino a Buscemi, poi verso Giarratana — ormai quasi tutto asfaltato — e da lì a Chiaramonte torna sterrato, tra muri a secco e i rimboschimenti di Serrarossa e Arcibessi, finché non si perde nel tessuto urbano di Ragusa.

Una cosa però, impreziosisce ancor di più questa narrazione: quella deviazione verso Vizzini, che sulle carte sembra solo un dettaglio tecnico, porta dritta nel paese dove è nato Giovanni Verga. Senza saperlo, quel trenino lento teneva insieme tre nomi che la letteratura italiana non può dimenticare: la Sicilia raccontata da Vittorini, quella scavata nel tempo da Bufalino, quella del verismo di Verga. Non credo l’avessero previsto, i tecnici della Società Anonima, quando disegnarono quei binari stretti, nessuno di loro avrà mai pensato di stare tracciando anche una mappa letteraria.

Del treno oggi resta poco: una galleria buia, qualche trave marcita, un pannello ingiallito che i visitatori leggono distrattamente prima di rimettersi in marcia. Ma chiudendo gli occhi, quando il vento sale dall’Anapo nel modo giusto, tra le canne e i fichidindia si potrebbe ancora sentirlo — il fischio, il ferro sui giunti, le voci di chi aspettava sulla banchina. E in mezzo a tutti, Ciccio Pecora che apre la valigia sul marciapiede: tra i giocattoli sparsi, un trenino verde, piccolo, gli scivola dalle mani e torna a correre da solo, dentro la gola di roccia, proprio come lo vide Vittorini un secolo fa.

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