È indubbio che il carovita sia diventato, in questi ultimi mesi, una piaga che sta danneggiando soprattutto il ceto medio, colpito dai rincari ma spesso fuori, per motivi di calcoli ISEE, da bonus e/o agevolazioni fiscali; la “shrinkflation” è una diabolica invenzione del marketing che prova a dare il colpo di grazia ai consumatori
L’Europa alza i tassi d’interesse per sconfiggere l’inflazione, ma così i mutui aumentano e l’inflazione cala perché le famiglie, molto semplicemente, non possono più fare la spesa. Il rimedio funziona dunque, ma appare alquanto drastico, come se per curare l’emicrania ci mozzassimo la testa, per intenderci.
E così mentre “le alte sfere” dell’economia europea discutono su questi grandi temi, ai consumatori che si fanno i conti in tasca anche per comprare i beni di prima necessità cominciano a comparire pacchi di pasta da 400 grammi, invece del classico mezzo chilo, farina da 800 grammi al posto del solito chilogrammo, bibite da 25 cl in luogo dello standard da 33 cl e via proseguendo, il tutto mantenendo ovviamente lo stesso prezzo se non, in alcuni casi, addirittura aumentandolo.
Questa pratica si chiama “shrinkflation”, parola inglese che viene dall’unione di “shrinkage” (contrazione) e “inflation” (inflazione) e consiste appunto nel ridurre le quantità di prodotto mantenendo però gli stessi costi, un aumento di prezzo “camuffato” ma che può portare ad ulteriori incrementi di spesa a cascata, basti pensare che per le ricette che prevedono ad esempio 1kg di farina, in presenza di confezioni da 800 grammi c’è l’obbligo di acquistare due confezioni. Le conseguenze? Oltre a spendere di più ovviamente, rischiamo di sprecare tanto prodotto, producendo plastica da packaging doppia rispetto al necessario.
Le armi a disposizione del consumatore sono davvero poche e “spuntate”, a parte appellarsi a qualche associazione dei consumatori, anche perché l’Europa, sollecitata, si è agganciata ovviamente al libero mercato e alla libertà dei produttori di fissare le modalità di vendita dei loro prodotti, pur esponendo con chiarezza il prezzo al kg, “vietando in ogni caso pratiche commerciali ingannevoli”. Nel caso della “shrinkflation” non c’è una vera e propria pratica ingannevole (prezzo e peso sono chiaramente indicati nelle confezioni e si è liberi di comprarli o meno), ma il risultato danneggia in ogni caso il consumatore finale, specie se fidelizzato con quella specifica marca.
Quello che si può fare è provare a cambiare marche dei prodotti vittime di questi aumenti, affidandosi a chi invece mantiene le confezioni standard e magari prezzi umani, segnalando al contempo all’azienda interessata dal caso di “shrinkflation” la propria delusione in massa presso i contatti di assistenza ai clienti; non si potrà certo cambiare il mondo in questo modo, ma magari qualche risultato, per le aziende più sensibili al proprio pubblico, sarà possibile ottenerlo.











