Ribaltata la sentenza d’appello: il Comune di Siracusa non risponde dei debiti contratti dai dipendenti con la finanziaria. La società creditrice dovrà pagare le spese legali
La Corte di Cassazione ha posto fine a una complessa e annosa vicenda giudiziaria, annullando la condanna che imponeva al Comune di Siracusa di pagare, in solido con due suoi dipendenti, un debito di 282 mila euro contratto dagli stessi con una società finanziaria.
Secondo quanto si apprende dalle pagine de “La Sicilia”, la Corte d’Appello di Catania, in precedenza, aveva condannato l’ente municipale a farsi carico della somma, basandosi sul fatto che il Comune avesse ricevuto notifica del contratto e avesse, in una prima fase, regolarmente versato le rate tramite la trattenuta in busta paga.
La Suprema Corte, decidendo direttamente nel merito e senza necessità di rinvio, ha smontato la tesi che aveva condannato l’amministrazione siracusana. Secondo i giudici di legittimità, la Corte d’Appello aveva erroneamente applicato l’articolo 1228 del Codice Civile — che riguarda la responsabilità del debitore per l’operato dei propri ausiliari — in una fattispecie non pertinente.
La Cassazione è stata netta: il Comune non è mai stato parte del rapporto obbligatorio nato tra i dipendenti e la finanziaria. Il fatto che l’amministrazione avesse provveduto, in un primo momento, a versare alcune rate tramite la cessione del quinto dello stipendio, non rendeva l’ente pubblico un garante o un debitore solidale per l’intero importo del prestito mai onorato dalla coppia.
Oltre a evitare un esborso che avrebbe pesato significativamente sul bilancio comunale (già passato al vaglio critico del Consiglio comunale come “debito fuori bilancio”), la sentenza di Cassazione ribalta anche le responsabilità relative alle spese di lite. La finanziaria è stata infatti condannata al pagamento delle spese legali sostenute dal Comune in tutti i tre gradi di giudizio:
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13.400 euro per il primo grado;
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11.000 euro per il secondo grado;
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7.300 euro per il giudizio di legittimità.
La vicenda, risalente agli anni 2008-2010, era tornata d’attualità quando la sentenza di condanna era approdata in aula a Palazzo Vermexio per il riconoscimento del debito fuori bilancio. Il caso aveva sollevato polemiche sulla solidità delle garanzie prestate dal datore di lavoro pubblico e sul rischio che il Comune potesse trasformarsi in un “pagatore universale” per le inadempienze private dei propri dipendenti. Con questa sentenza, la Corte Suprema ha stabilito un principio di chiarezza che tutela l’ente pubblico da obbligazioni contrattuali che non lo riguardano direttamente.











