Una riflessione a “cuore aperto” su una festa che è, e resterà sempre, patrimonio storico degli italiani, a cui tocca il dovere di non dimenticare
Il 25 Aprile torna a bussare alle nostre porte, in una Siracusa che, sotto il sole di primavera, si interroga su cosa significhi ancora oggi, a quasi ottant’anni di distanza, celebrare la Liberazione. Troppo spesso, purtroppo, questa ricorrenza è stata vissuta come un terreno di scontro ideologico, una data da “fazione”, anziché come il momento fondante della nostra casa comune. Eppure, mai come oggi, è necessario un atto di chiarezza: il 25 aprile non è, e non deve essere, la festa di una parte politica. È, ed è sempre stata, la giornata della memoria degli italiani, di tutti coloro che, a prescindere dal credo, riconoscono nella libertà il valore supremo su cui poggia la nostra convivenza civile.
È necessario liberarsi dalle incrostazioni del passato. È vero, furono giorni di una tragicità immane per un’Italia lacerata da una guerra civile fratricida. È un dovere morale rispettare ogni morte, ogni dolore, ogni lacrima versata da chi, talvolta in buona fede, si trovò a combattere per una causa destinata alla sconfitta. Ma la pietà umana per il caduto non può e non deve oscurare la verità storica: c’era una parte che aveva indubbiamente ragione, quella che imbracciò le armi per abbattere la dittatura e restituire dignità al Paese, e una che aveva torto. Episodi controversi, ombre o eccessi che la storia ha il dovere di analizzare, non possono intaccare il valore luminoso della Liberazione.
A chi cerca ancora di dividere e non accetta l’appartenenza comune del 25 aprile, diventa quasi una provocazione rievocare le parole che, nel 2009, pronunciò a Onna non un leader carismatico della sinistra, ma un protagonista della nostra storia politica “divisivo” per definizione, Silvio Berlusconi. In un momento drammatico, all’indomani del sisma che distrusse quel simbolo della Resistenza, egli seppe indicare una via di pacificazione nazionale: “Il nostro Paese ha un debito inestinguibile verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita […] per riscattare l’onore della patria, per fedeltà a un giuramento, ma soprattutto per quel grande, splendido, indispensabile valore che è la libertà”.
Quell’appello a superare le contrapposizioni, a guardare al 25 aprile come alla “Festa della Libertà”, resta di una modernità folgorante, oltre a segnare il momento di massimo picco politico raggiunto da Berlusconi. Nonostante tutto, a partire da aberrazioni, sciocchezze e a volte veri concentrati di disumanità letti oggi sui social, dobbiamo avere la consapevolezza di essere ormai una matura democrazia pacificata, dove il confronto, anche aspro, si svolge sempre sotto l’egida di quel diritto naturale che ci appartiene in quanto esseri umani.
Oggi, però, quella libertà celebrata dai ricordi e dai nostri monumenti è messa a dura prova. Guardando alle ferite che sanguinano sul corpo del mondo — dall’Ucraina martoriata alla tragedia che consuma Gaza, passando per la tensione in Libano e le ombre in Iran — ci accorgiamo che il grande sogno di unità dei popoli, nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, sembra vacillare. Quel sogno, tracciato al confino di Ventotene da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ci appare oggi, per colpa di “una manciata di tiranni che stanno devastando il mondo“, come bene ha detto Papa Leone, quasi un miraggio lontano.
Dobbiamo, allora, fare del 25 aprile un punto di ripartenza. Dobbiamo ritrovare lo spirito di quell’Europa nata per essere un baluardo di pace e democrazia, respingendo ogni forma di sopruso e di prevaricazione. Anche la nostra piccola ma grande Siracusa, città millenaria e aperta al Mediterraneo, può fare propria questa sfida. Rendiamo onore a chi ci ha restituito il futuro, non con la retorica, ma con la consapevolezza che la libertà non è un dono acquisito una volta per tutte, ma una conquista quotidiana da difendere, insieme, ogni giorno.
Buon 25 aprile, festa di tutti gli italiani che amano essere liberi.











