Dispersione scolastica: l’Italia tra le peggiori in Europa, alla Sicilia il triste primato negativo

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Il report di Save The Children mostra la grave situazione Italiana e soprattutto del Sud, con la Sicilia in testa. Preoccupa anche il dato sui NEET

L’Italia conferma di essere ancora molto indietro per quel che riguarda la lotta alla dispersione scolastica. Èquanto emerge dal report di Save The Children, secondo cui nel nostro Paese questo fenomeno registra una percentuale tra le più elevate in Europa (12,7%), meglio soltanto di Romania (15,3%) e Spagna (13,3%). Un dato lontanissimo dall’obiettivo del 9% fissato dall’Unione Europea. La situazione diventa ancor più allarmante se ci si sposta nelle singole regioni, dove le percentuali superano di parecchio la media nazionale. Il triste primato negativo appartiene, purtroppo, alla Sicilia. Nella nostra regione, infatti, la dispersione scolastica tocca il 21,1%, un numero elevatissimo se confrontato con il resto del Paese e con le regioni del centro nord, ma perfino con quelle del Meridione, che condividono con la Sicilia le posizioni di vertice nella classifica delle meno virtuose: Puglia (17,6%), Campania (16,4%), Calabria (14%). Se questi sono i dati sulla cosiddetta dispersione esplicita, ossia il rifiuto dei ragazzi di andare a scuola, anche i dati sulla dispersione implicita, vale a dire l’incapacità degli studenti di raggiungere, durante il percorso scolastico che porta al diploma, adeguati livelli di competenza spendibili all’università o nel mondo del lavoro, mostrano differenze profonde tra Sud e Nord.

Il report di Save The Children, infatti, sostiene che, malgrado una importante riduzione nell’ultimo anno, soprattutto in Calabria e Puglia, rimangono ancora percentuali di dispersione implicita più elevate rispetto alla media nazionale, con il dato più allarmante che è quello della Campania (19,8%). Se si sposta poi il focus dalle competenze generali a quelle sulle singole materie, emerge che nella nostra regione (così come in Campania e Calabria) oltre il 60% degli studenti non raggiunge il livello base delle competenze in italiano, mentre il 70% degli studenti (in questo caso con l’aggiunta anche di quelli sardi) non raggiunge il livello base delle competenze in matematica.

Quanto appena descritto si riflette poi anche sul lungo termine e sulle opportunità lavorative. Il dato sui NEET, cioè i ragazzi di età compresa tra 15 e 29 anni che non cercano lavoro, non studiano e non sono inseriti in alcun percorso di formazione, è altrettanto preoccupante. In Italia, la percentuale di NEET è del 23,1%, di gran lunga superiore alla media dell’UE (13,3%) e di molti singoli stati membri, come Spagna (14,1%), Polonia (13,4%), Germania e Francia (9,2%). Al Sud la situazione fotografata da Save The Children è nuovamente molto più negativa, con la Sicilia in testa (36,3%), davanti alla Calabria (33,5%). È evidente che questa forte disparità geografica sull’istruzione riflette le disparità di tipo economico e strutturale. Lo dimostra il confronto tra le province italiane con l’indice di dispersione implicita più bassa e più alta. Quello che emerge è che, nelle province con l’indice di dispersione «implicita» più basso, ci sono condizioni “ambientali” più favorevoli. C’è una maggiore offerta a tempo pieno per la scuola primaria, esiste un maggior numero di mense e di palestre e più scuole sono inoltre dotate di certificato di agibilità.

Per quanto riguarda i NEET, invece, il dato di Save The Children potrebbe non essere completo, in quanto probabilmente non tiene conto dell’ampia fetta di lavoro nero che viene svolto, soprattutto dai giovani, nelle regioni del sud; pertanto una parte di coloro che ufficialmente rientrano tra i NEET potrebbero in realtà essere occupati in attività lavorative senza contratto e senza diritti, altra piaga che si aggiunge alla gravissima situazione italiana e, in particolare, del Meridione. Una situazione terribile alla quale la politica nazionale e regionale, impegnata nella campagna elettorale da molti considerata la più brutta di sempre, farcita da conflitti sterili e slogan vuoti, non sembra prestare la minima attenzione. Eppure dovrebbe curarsene, perché escludere i giovani da una adeguata istruzione e dalle opportunità culturali e lavorative significa non far progredire il Paese.

Servirebbero attenzione e risorse, come suggerisce Save The Children, secondo cui l’investimento annuo necessario a garantire il tempo pieno in tutte le classi della scuola primaria statale ammonterebbe a 1 miliardo e 445 milioni di euro circa. Risorse importanti per adeguare l’organico così da poter estendere gli orari di lezione, alle quali bisognerebbe aggiungere quelle necessarie a organizzare o realizzare gli spazi (ad esempio per la mensa, oggi disponibile solo in circa metà degli istituti) e alla formazione specifica degli insegnanti. E questa è solo una parte del problema, perché poi ci sarebbe da investire ancora tanto su strutture, edilizia scolastica, strumenti didattici, e così via. Ma la scuola, si sa, da tempo ormai non è più la priorità della politica italiana. Con tutto quel che ne consegue in termini di cittadinanza e di crescita civile.

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