[vc_row][vc_column][vc_video link=”https://www.youtube.com/watch?v=EOOo2FfCQHU&t=17s”][vc_column_text]C’erano una volta i fucati. Grandi falò accesi a Floridia e in altre città del Siracusano la sera del 24 dicembre. Legna, rami secchi e, perché no, rami verdi d’ulivo a scaldare la notte di Natale e il Bambinello che nasce. E a riaccendere il desiderio di bene e di amore per un’intera comunità. Grandi e piccini che si riunivano attorno a quel fuoco. Ardente spesso fino all’alba. E quando i nostri appartamenti non erano ancora riscaldati, la brace, u luci, una volta veniva utilizzata anche per alimentare il braciere che non mancava in alcuna casa.
Un tradizione non del tutto scomparsa – anche se quest’anno annullata dall’emergenza sanitaria – ma sicuramente cambiata nel corso degli anni. Da quando si accendeva anche più di una fucata nella stessa strada, coinvolgendo tutti i residenti e contribuendo a rendere più saldi i buoni rapporti di vicinato. Attorno ai fuochi si eseguivano anche canti, le nuvene, testi che celebravano l’annunzio della nascita di Cristo, legando elementi della tradizione liturgica ad altri del folclore e del paganesimo. Ma un tempo sulla brace dei fucati si mettevano anche salsiccia, olive e pane di casa affettato. Trasformando i falò di Natale in inediti, grandi cucine e sale da pranzo all’aperto.
Immagini non più ricorrenti, negli ultimi anni, tra le strade delle nostre città. Ma scolpite negli occhi e nel cuore di chi ha vissuto questa tradizione che ha radici antiche. Antichissime. E in cui, come spiega il semiologo Salvo Sequenzia, “si intrecciano sacro e profano. Da un lato, la tradizione del fuoco acceso da San Giuseppe per riscaldare il Bambinello la notte della natività. E dall’altra gli antichi culti pagani delle comunità rurali, con un valore simbolico, legato alla purificazione in attesa della rigenerazione del nuovo ciclo temporale”.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]






