Famiglia siracusana, difesa dal legale Cesare Gervasi, ottiene giustizia dopo la morte del congiunto. Il Tribunale: “Doppio errore medico, organo da donatore HCV+ trapiantato in paziente sano”
Si è chiusa definitivamente una delle vicende più controverse della sanità siciliana degli ultimi anni. L’Arnas Civico Di Cristina Benfratelli di Palermo dovrà corrispondere un risarcimento milionario alla famiglia di un paziente deceduto, di origini siracusane, a seguito di un trapianto eseguito con un organo proveniente da un donatore affetto da epatite C.
L’avvocato Cesare Gervasi, che ha assistito la famiglia durante tutto il percorso giudiziario, ha condotto un’intensa attività preparatoria per portare alla luce tutti gli elementi della vicenda. Fondamentale si è rivelata la perizia medico-legale realizzata dal professor Orazio Cascio e dal dottor Fortunato Stimoli, che ha fornito alla magistratura gli strumenti per comprendere la gravità degli errori commessi.
La sentenza del Tribunale di Palermo, emessa nel 2022 e confermata in appello due anni dopo, ha stabilito la piena responsabilità dell’ente sanitario per una serie di gravi errori nella gestione del caso. Secondo quanto accertato dai giudici, l’ospedale ha trapiantato un organo da donatore infetto in un paziente sano, scambiandolo erroneamente per un soggetto già portatore del virus dell’epatite C.
Ma non è tutto. La magistratura ha evidenziato anche il mancato espianto dell’organo quando l’insuccesso del trapianto era ormai evidente, aggravando ulteriormente le condizioni del paziente. Una doppia negligenza che ha portato alla morte dell’uomo, originario della provincia di Siracusa.
Il Collegio Tecnico d’Ufficio ha fornito elementi decisivi per ricostruire la dinamica degli eventi. Gli esperti hanno confermato l’origine del contagio, dimostrando che l’infezione da virus dell’epatite C era stata trasmessa attraverso l’organo trapiantato.
Particolarmente significativo il passaggio della sentenza in cui i periti hanno precisato che il ricorso a un organo da donatore positivo all’epatite C non sarebbe stato giustificato nemmeno se il ricevente fosse stato realmente portatore del virus. Questa strategia terapeutica, hanno spiegato, dovrebbe essere riservata esclusivamente a situazioni senza alternative, poiché può causare una superinfezione con conseguenze devastanti per pazienti già compromessi dalla terapia antirigetto.
Il legale Gervasi ha chiarito che la decisione di intraprendere l’azione legale non è stata motivata solo dalla ricerca di un risarcimento economico. La famiglia ha voluto fare chiarezza su quello che considerava un episodio di malasanità, evitando che venisse archiviato come una semplice complicanza post-operatoria inevitabile.
Il caso si è definitivamente concluso in questi giorni con un accordo transattivo sulla quantificazione degli interessi, ponendo fine anche a un giudizio di opposizione a precetto. Una vittoria che arriva dopo anni di battaglie legali e che rappresenta un importante precedente per la tutela dei diritti dei pazienti nel settore dei trapianti.






