Il nodo resta la formazione delle competenze per gestire l’intera filiera dell’accoglienza
C’è un settore del turismo che, più di ogni altro, riesce a trasformare la tradizione in economia, e a farlo senza spostare il baricentro dello sviluppo verso le sole grandi città d’arte: è il turismo enogastronomico, che negli ultimi anni ha smesso di essere una tendenza di nicchia per diventare una componente strutturale del modo in cui si viaggia. Non più un semplice valore aggiunto dell’esperienza turistica, ma uno dei fattori principali che orientano oggi la scelta della destinazione.
I numeri raccontano una traiettoria impressionante. Secondo il Culinary Tourism Market Report 2026, il mercato globale del turismo enogastronomico è proiettato verso i 1.230 miliardi di dollari entro la fine dell’anno, contro i 1.060 miliardi del 2025, con un tasso di crescita annuo composto del 15,6%. Le proiezioni di lungo periodo indicano il superamento dei 2.000 miliardi entro il 2030. A trainare questa crescita sono soprattutto le generazioni più giovani: secondo un report internazionale citato da Forbes, l’89% tra Millennial e Generazione Z pianifica oggi le proprie vacanze inseguendo sapori autentici e mercati locali, un fenomeno che sta ridisegnando strategie di viaggio e narrazione turistica ben oltre i confini italiani.
Anche a livello nazionale il quadro conferma la centralità del comparto. Nel 2022 la spesa turistica complessiva in Italia è stata stimata in oltre 164 miliardi di euro, e il turismo enogastronomico contribuisce con circa lo 0,65% al Pil nazionale, un dato che testimonia un ruolo tutt’altro che secondario nel sistema economico del Paese. Guardando ai soli soggiorni enogastronomici degli stranieri, nel 2024 si sono registrati 760mila arrivi, 2,4 milioni di pernottamenti e 396 milioni di euro di spesa. Secondo le più recenti analisi del settore, con l’aumento della componente straniera il turismo enogastronomico potrebbe generare fino a un miliardo di euro aggiuntivo per l’economia italiana, motivando circa 132 milioni di giorni di permanenza turistica sul territorio nazionale.
In questo scenario, la Sicilia occupa una posizione di assoluto rilievo. L’Isola si conferma la seconda meta enogastronomica d’Italia dopo la Toscana, un posizionamento che testimonia come l’enoturismo sia destinato a diventare uno dei pilastri su cui fondare l’economia siciliana. Il turismo esperienziale legato alla scoperta del vino, delle specificità del territorio e della cultura locale sta attirando ogni anno migliaia di visitatori, in un contesto in cui la domanda di esperienze autentiche cresce costantemente. Per l’estate 2026, del resto, le previsioni Isnart-Unioncamere indicano proprio la Sicilia, insieme a Puglia e Sardegna, tra le regioni più richieste dai viaggiatori che restano in Italia, spinti anche da una rinnovata attenzione verso le eccellenze del territorio.
Il valore distintivo del turismo enogastronomico, rispetto ad altre forme di turismo, risiede nella sua capacità di attivare un impatto economico superiore alla media, proprio perché mette in rete imprese, istituzioni, operatori turistici e comunità locali. L’interazione tra cantine, filiere produttive e servizi territoriali consente di trasformare la singola esperienza turistica in un progetto di sviluppo integrato, capace di generare benefici duraturi ben oltre i confini della singola azienda agricola o della singola cantina. Non è un caso che, secondo le analisi più recenti del settore, i cluster imprenditoriali più dinamici legati all’enoturismo abbiano registrato tassi di crescita dei ricavi superiori al 25% nel periodo 2019-2024.
“Uno degli effetti più concreti del turismo enogastronomico – afferma Giovanni Dimauro, direttore generale ITS Academy Fondazione Archimede – riguarda la sua capacità di rafforzare due obiettivi strategici da tempo al centro delle politiche turistiche regionali: la destagionalizzazione dei flussi e la valorizzazione delle aree interne, spesso escluse dai grandi circuiti turistici tradizionali. Un calendario di eventi enogastronomici distribuito lungo tutto l’anno, dalla vendemmia alle sagre autunnali, consente ai territori di lavorare dieci mesi invece di tre, spalmando i costi fissi delle strutture e fidelizzando un pubblico che torna. È una dinamica particolarmente preziosa – prosegue il Direttore – per i piccoli centri dell’entroterra siciliano, dove la sola offerta culturale o balneare fatica spesso a garantire una presenza turistica costante nel corso dell’anno.
Perché questo potenziale si traduca davvero in sviluppo locale, tuttavia, serve qualcosa che i soli investimenti infrastrutturali non possono garantire: competenze specifiche capaci di gestire l’intera filiera dell’accoglienza enogastronomica, dalla progettazione di esperienze di degustazione alla gestione di una cantina aperta al pubblico, dal marketing territoriale alla costruzione di pacchetti che uniscano vino, cibo, paesaggio e cultura in un racconto coerente. È qui – conclude – che la formazione tecnica superiore gioca un ruolo decisivo: non un accessorio della crescita del comparto, ma una delle sue infrastrutture più importanti, capace di trasformare un patrimonio enogastronomico straordinario in un motore di sviluppo economico stabile per i territori.”












