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La ribelle, il nuovo racconto di Tea Ranno per ricordare alle donne il diritto di farsi ascoltare

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Pubblicato su Letteratitudine, il testo della scrittrice originaria di Melilli intreccia la storia dell’emorroissa dei Vangeli con il dolore femminile, l’endometriosi e il fuoco che non si spegne

Il dolore, quando non trova ascolto, finisce spesso per diventare silenzio. E il silenzio, soprattutto quando riguarda il corpo delle donne, può durare anni. Tea Ranno lo sa bene. Lo ha raccontato in Avevo un fuoco dentro, il memoir in cui ha dato voce alla propria esperienza con l’endometriosi, e torna oggi a farlo con La ribelle, un racconto che attraversa i secoli per parlare, ancora una volta, al presente.

La scrittrice originaria di Melilli sceglie di soffermarsi sulla figura dell’emorroissa dei Vangeli, una donna segnata da perdite di sangue e relegata ai margini della società. Una figura antica, eppure vicina a tante donne che ancora oggi conoscono la fatica di convivere con un dolore difficile da spiegare, la frustrazione di non essere comprese e l’attesa, talvolta lunghissima, di una diagnosi.

È qui che la storia di Miriam, la donna a cui Tea restituisce un nome e una voce, incontra le storie di tante altre donne. Perché parlare di endometriosi non significa soltanto parlare di una malattia. Significa parlare di ascolto, di prevenzione, di diagnosi precoce, del diritto di non sentirsi dire che soffrire è normale. Significa ricordare che dietro ogni dolore c’è una persona che merita di essere creduta.

Tea Ranno affronta questi temi con una consapevolezza che nasce dall’esperienza diretta. Non scrive da una distanza rassicurante: conosce quella sofferenza, ne ha attraversato le ombre e ha scelto di raccontarla. La sua diventa così una campagna di sensibilizzazione e prevenzione combattuta a colpi di parole, perché anche la letteratura può fare la sua parte: aprire conversazioni, scardinare pregiudizi, raggiungere chi ancora non conosce questa malattia e chi, forse, ha bisogno di riconoscersi nelle parole di qualcun altro.

Ma La ribelle non è soltanto un racconto di dolore. Tra le sue pieghe c’è anche l’amurusanza, quella tenerezza profonda, tutta siciliana, che sa farsi cura e vicinanza. C’è la sorellanza di chi
riconosce nell’altra qualcosa di sé, di chi non ha bisogno di spiegare tutto perché conosce già il peso di certe ferite. E c’è il sangue, quello che ferisce, spaventa, emargina, ma che appartiene anche a una storia comune, capace di unire donne lontane nel tempo e nello spazio.

Leggere questo racconto significa entrare in una storia che viene da lontano e scoprire quanto abbia ancora da dirci. Significa comprendere che informare è importante, che riconoscere i sintomi può cambiare un percorso di vita e che nessuna donna dovrebbe sentirsi sola davanti alla propria sofferenza.

Il fuoco di Tea Ranno continua a bruciare, trasformando il dolore in consapevolezza e le parole in una forma di resistenza. Il suo racconto è anche un invito alle donne a non nascondersi, a non vergognarsi, a rivendicare il proprio corpo e il diritto di dare voce alla propria sofferenza. A chiedere ascolto, a pretendere risposte, a non accettare che il dolore venga sminuito o considerato normale.

E se per farlo bisognerà sembrare ribelli, allora che ribelli siano, poiché a volte la ribellione è necessaria ed è proprio questa: trovare il coraggio di farsi sentire, perché nessuna donna debba più sentirsi invisibile.

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