Il saggio presentato alla libreria Mascali propone una memoria per i giudici Falcone, Borsellino e Chinnici
“Colpa di Stato” di Fabio Granata e Peppe Nanni – edito da Apalos e presentato presso la libreria “Mascali”,- ripercorre 80 anni di storia italiana, riconoscendo il giusto valore alla memoria dei giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rocco Chinnici, non più vittime, ma protagonisti consapevoli.
Giulia Migneco e Marco Mastriani, in dialogo con i due autori – le letture sono state affidate all’attore Francesco Di Lorenzo – hanno evidenziato, innanzitutto, il valore intrinseco dell’opera che si pone come manuale di educazione civica. Nell’intento di trasformare il culto della memoria passiva in una partecipazione civile attiva, i due scrittori sono partiti dal concetto di mafia di cui fino al 1986 si negava addirittura l’esistenza, mentre alcuni procuratori della Repubblica, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Palermo, parlarono “di qualche residuo folclorico di gente piena di sé”, nonostante la città venisse devastata.
“Nella quarta di copertina – hanno sottolineato – abbiamo voluto riportare due frasi molto significative, l’una di Paolo Borsellino, l’altra di Mario Mori”. Il giudice asseriva: “Lo Stato e la mafia sono due poteri che insistono nello stesso territorio o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Il generale dei Ros, durante il primo incontro, nell’ambito della trattativa Stato-mafia, interloquendo con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, affermò: “Cosa è questa storia qua? Ormai c’è muro contro muro. Da una parte c’è cosa nostra e dall’altra c’è lo Stato? Ma si può parlare con questa gente?” – facendo riferimento ai vertici di cosa nostra.
E uno dei motivi che ha spinto gli autori a tornare sull’argomento è stata l’emersione dell’ulteriore forma di depistaggio legata al fantomatico rapporto mafia-appalti completamente estranea alle stragi della commissione parlamentare anti- mafia il cui consulente è proprio il generale e prefetto Mario Mori, al centro di complesse vicende giudiziarie. Mori, infatti, fu coinvolto in alcuni misteri dell’epoca come la sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e la mancata perquisizione del covo del boss Totò Riina, dopo la cattura nel 1993, tra l’altro motivata come “scelta investigativa per monitorare i complici secondari dell’organizzazione”. Comunque: “Lo scenario sconvolgente di via D’Amelio nei momenti successivi alla strage rappresenta un vero incubo”.







