La regia di Giuseppe Romano porta in scena il dramma della “roba” e il sacrificio esistenziale di Francesco Marabito
Portato in scena al teatro “Massimo”, “Il vitalizio” di Luigi Pirandello è una potente rievocazione del tema della “roba” di matrice verghiana, disvelatrice dell’inesorabile scorrere del tempo. Al centro della pièce – regia di Giuseppe Romano – con cui ha preso il via la stagione teatrale 2026-2027 – c’è il vecchio Francesco Marabito (Angelo Tosto) che, ormai anziano, cede la sua terra – situata in contrada san Gregorio e registrato al catasto comunale come lotto 25 particella 33 – al mercante Michelangelo Scinè, in cambio di una rendita vitalizia pari a 2 lire al giorno.
E se il promittente nell’acquisizione della proprietà fiuta l’affare, viste la morte prematura di Ciuzzo Pace, – il massaro che gli aveva ceduto precedentemente il suo terreno – e l’avanzata età dell’attuale beneficiario, questi, pur avendo ceduto alle lusinghe del mercante, la vive come una tragedia esistenziale. Perché per ‘u z’u Marabito quella terra – la co-protagonista nella performance teatrale – è la proiezione della sua identità: il sacrificio e il sudore della sua fronte, il valore supremo per cui valesse la pena di lottare.
Lo spettacolo, applauditissimo e accompagnato dalle musiche di Carlo Muratori, dona a quell’anziano, più volte in bilico tra la vita e la morte, il viso beffardo della nera signora “’A morti è capricciusa, lassa ‘a vecchia e pigghia ‘a carusa”. Conteso fra un’ironia sconfinante nel paradosso e il sentimento che si commuta in poesia, lacorale rappresentazione rende la Sicilia l’emblema di una terra su cui, ancora più della morte, grava il malocchio.
Ne sanno qualcosa le vicine di case di Francesco Morabito – la z’a Saggesa, Carmilina, e l’orfana Annicchia ‘U maltisi è come un corvo” – che tra gesti di scongiuro e formule per scacciare l’oscuro, approntano ‘n-talismanu da appizzare dietro la porta che si affaccia nella piazzetta di Santa Croce a Girgenti.
Il registro linguistico quasi interamente in dialetto siciliano è una lingua di petra e focu con cui si misurano – ad eccezione del notaro – anche il campiere Gregori, che capita sempre come il cacio supra i maccarruna, la moglie di Scinè, che vorrebbe la terra tutta per sé. Fanno parte del cast Tiziana Bellassai, Lorenzo Denaro, Paolo Di Noto, Anita Indigeno, Rosamaria Montalbano, Raniela Ragonese, Giovanni Rizzuti, Santo Santonocito, Vincenzo Volo e Elia Rizzuti.







