SOS solitudine

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”di Federica Capodicasa”][vc_column_text]“Mamma, ma com’era all’epoca tua?”

“Non so, era diverso, ci batteva il cuore. Eh sì, mi sembra di ricordare che ci batteva il cuore”.

Virna Lisi, alias Adriana, stringe a sé il figlio un po’ impacciato nel condurla in un ballo lento, certamente, mai collaudato.

Si scorge della malinconia nel suo sguardo rapito da quel bambino ormai cresciuto per il quale forse prova un leggero sentimento di amarezza, consapevole che non riuscirà a vivere un’estate (o una vita) come la sua, quella raccontata nel cult movie estivo per antonomasia “Sapore di mare” le cui vicende, sfido chiunque di voi a non voler, per una volta ancora o per una volta sola, vivere.

Forse quel ragazzo riesce a sentirli, i pensieri di sua madre, tanto da chiederle come fosse all’epoca sua. Adriana sorride, troppo da raccontare e da ricordare. Quel troppo che, alla fine, decreta di sintetizzare nell’azione umana più inconscia.

Ai ragazzi degli anni sessanta batteva il cuore, palpitava continuo per una pedalata in pineta, un gioco in spiaggia, uno scherzo in cabina, ma, soprattutto, per un amore sincero, poco importava se ricambiato o meno. Il sentimento era comunque quello giusto; passionale o leggero che fosse, veniva vissuto con veemenza e determinazione, anche a costo di un rifiuto o di una delusione o di un’errata impressione.

I ragazzi degli anni più belli erano fortunati senza saperlo, perché vivevano nell’inconsapevolezza che alla propria stirpe sarebbe andata diversamente.

Non potevano prevedere che sarebbero stati catapultati, senza garbo, nell’epoca delle coppie in “crasi”, dell’affetto allegorico e delle verità in parafrasi, il tutto condito dall’esigenza di un amore inteso esclusivamente nella sua forma onomatopeica e il bisogno di avere di nuovo qualcuno capace di “incapizzare” le coperte come facevano mamma e papà, perché, nonostante la scelta sia estremamente varia tra nerd, emo, figlidipapà e punkabbesta, sembra che tra la gente vi sia un’ansia generalizzata che porta inesorabilmente le persone a scegliersi vicendevolmente senza pensare troppo

Mi chiedo: fino a che punto può spingerci la paura di una solitudine che non sopportiamo?

Ci proclamiamo liberi pensatori, indipendentisti, tigri dei ribaltabili e poi, improvvisamente, ci riscopriamo schiavi in balia di trine e taffetà, sete e papillon con un tableau mariage da redigere e trenta singles da piazzare e cerchiamo di ricreare per loro quell’ormai nota atmosfera da supermercato dell’appuntamento.

La solitudine è una condizione del cuore che appartiene sia a coloro che vivono in coppia, che a coloro che vivono con loro stessi. Badate bene, non ho detto da soli.

Chi vive bene con sé stesso riuscirà, un giorno, a condividersi con un’altra persona, saprà aprirsi facilmente alla conoscenza dell’altro, sarà capace, al momento opportuno, di accogliere un compromesso.

Colui che vive con sé stesso si scontra ogni giorno solo con sé stesso e se nonostante tutti i sacrifici, gli errori e le difficoltà, continuerà ad amarsi è certo che sarà anche capace di amare un’altra persona e non ci saranno tubetto di dentifricio, piega del letto o mutanda bisunta che riusciranno a porre fine al loro idillio.

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