8 marzo, parlano le donne

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Avremmo potuto scrivere l’ennesimo pezzo intriso di retorica sulla Giornata Internazionale della Donna, spiegando concetti che un uomo non dovrebbe spiegare, cadendo nel più classico dei “mansplaining”; avremmo potuto farlo, ma non lo abbiamo fatto

E per questo, saranno le donne a parlare, direttamente, senza filtri.

Rosanna Magnano, Imprenditrice, presidente di CNA Siracusa: “Ci sono stati progressi, ma rimangono le sfide”

8 marzo 2024, siamo ancora qui a riflettere sulla parità di genere, ci sono stati progressi, anche significativi, ma persistono sfide che richiedono azioni concrete.

Innanzitutto, è essenziale riconoscere il notevole contributo che le donne apportano al panorama economico, la nostra creatività e il pensiero innovativo hanno arricchito l’ecosistema imprenditoriale.

Nonostante i pregiudizi storici e le sfide sistemiche, molte donne hanno dimostrato le proprie capacità come leader e imprenditrici di successo, questi sono risultati da celebrare ed esaltare, perché siano d’ispirazione per le future generazioni di aspiranti imprenditrici.

Come imprenditrice e presidente della CNA non posso però non sottolineare che le donne che vogliono fare impresa devono superare barriere culturali e strutturali, penso all’accesso al credito, che è più difficile se sei donna perché le banche ci ritengono “meno affidabili”, nonostante le statistiche attestino che, post covid, le start up al femminile, non solo sono in netto aumento, ma sono anche più innovative!

Ma penso anche alle reti di supporto, ancora lontanissime dagli obiettivi europei, è indubbio che le donne che vogliono fare impresa si ritrovano a dover cercare un equilibrio tra vita professionale e personale, perché mancano gli asili nido, così come le strutture per anziani o disabili, che non sono necessarie alle donne ma alle famiglie!

Infatti, le aspettative sociali riguardanti i ruoli di genere, sono estremamente radicate nella nostra cultura e influenzano le opportunità e le scelte per noi donne, ancora imbrigliate dai sensi di colpa.

È fondamentale che organizzazioni come la CNA promuovano e facilitino attivamente un ambiente inclusivo che dia potere alle donne nel mondo del lavoro. Ciò comporta non solo la promozione delle pari opportunità, ma anche di programmi di tutoraggio, la fornitura di sostegno finanziario e la creazione di piattaforme di networking appositamente progettate per affrontare le sfide uniche che le imprenditrici sono chiamate a superare.

La promozione della parità di genere va oltre l’ambito imprenditoriale, è un imperativo sociale. Abbattendo gli stereotipi di genere e incoraggiando un cambiamento culturale verso l’inclusione, contribuiamo a un futuro più equo. L’educazione e la sensibilizzazione possono svolgere un ruolo fondamentale nello sfidare i preconcetti sui ruoli di genere e nel promuovere un ambiente in cui gli individui vengono giudicati in base alle loro capacità piuttosto che al loro genere.

Non basta UNA Presidente del Consiglio o UNA Segretaria di Partito a far si che quel famoso soffitto di cristallo venga finalmente infranto.

La parità di genere è una responsabilità collettiva: le istituzioni, la scuola, le aziende e la società civile (uomini e donne) siamo chiamati a lavorare e collaborare per creare un futuro più equo, che rispetti ed esalti le differenze.

Perché la parità di genere non è un obiettivo ma un imperativo morale e sociale.

Angela Campisi, imprenditrice della cultura: “Una giovane donna professionista si distingue per la sua resilienza”

Una giovane donna, immersa nel mondo professionale, sperimenta una complessa dualità. Da un lato brucia di ambizione, desiderosa di affermarsi e dimostrare il proprio valore. Dall’altro si trova a confrontarsi con l’incertezza di un percorso ancora da definire e la pressione sociale che potrebbe influenzare le sue scelte. Affrontando le aspettative elevate si impegna a superare gli ostacoli, consapevole che la strada verso il successo può essere tortuosa. Nel tentativo di emergere deve bilanciare la dedizione al lavoro con la necessità di preservare il proprio benessere e i rapporti personali.

Una giovane donna professionista si distingue per la sua resilienza, affrontando sfide con coraggio e determinazione. Tuttavia si trova a dover navigare tra gli stereotipi di genere e le aspettative, cercando di ridefinire il concetto di successo in un contesto che spesso richiede compromessi e adattamenti.

Una giovane donna si avventura nel mondo professionale con la ferma volontà di realizzarsi ma anche con la consapevolezza delle sfide che potrebbero presentarsi.

Una giovane donna, ormai non più tanto giovane, si avvicina al mondo dei beni culturali con un cuore intriso di passione per l’arte, per la storia e per la preservazione del patrimonio. Trova ispirazione nel contribuire alla valorizzazione e alla conservazione di tesori culturali ma si confronta anche con sfide come la scarsità di risorse e la necessità di innovare per rendere il patrimonio accessibile a una nuova generazione. La sua dedizione si traduce in un costante equilibrio tra tradizione e modernità, con la speranza di lasciare un’impronta significativa nel mondo.

Valentina Polini, professionista della comunicazione: “Negli anni ho imparato che l’unica lotta possibile è il sacrificio”

La Festa della Donna assomiglia a un albero di foglie caduche e radici malate e sane. Un albero che andrebbe scorticato e curato, prima di sperare che si rimpolpi di nuove foglie splendenti e radici più forti.
Non sono convinta che il marcio e il colpevole che indaghiamo in questi anni, il patriarcato che si combatte a colpi di penna e post social, non sia intrecciato con comportamenti e abitudini oramai consolidate, anche tra le donne, un segno di ribellione ancora amputato dai costumi di una società che nasce nell’impegno della secondarietà della donna in ogni campo.
Abitudini di rassegnazione, benevolenza, di un essere dimesso che spesso la società ci impone per non sembrare sempre troppo “ormonali”, umorali.

Negli anni ho imparato che l’unica lotta possibile è il sacrificio. Per ottenere, poi, tutto. Indipendenza, serenità, successo, amore, a volte anche indifferenza agli atteggiamenti maschilisti e beceri. Ho incontrato donne cattivissime e uomini senza pudore, uomini che si atteggiavano con fare simpatico e appiccicoso, donne perverse e ignoranti e subdole. Ma ho incontrato anche uomini che hanno capito il valore della condivisione, e donne che hanno saputo fare squadra, donne con le quali è bastato uno sguardo e uomini che non hanno mai accennato al mio genere.

Il sacrificio più grande è stato scegliere da che parte stare, sin da quando ero bambina, anche quando è stato sconveniente farlo.
Questo sacrificio rappresenta per me la più sacra delle scelte che una donna ha il dovere di fare da quando nasce: le scorciatoie avallano abitudini che mai potranno sconvolgersi. E ribellarsi, in maniera scomposta quando serve, ha un prezzo durissimo all’inizio. Di una relazione, di una carriera. Il risultato però è la libertà di celebrare l’8 marzo a testa alta. Di trovare una carriera fatta solo dei tuoi sacrifici, di non essere asservita mai a nessuno, di un amore che sappia lasciare l’altra parte del mondo per raggiungerti, di una rete sociale che sia solida e piena di rispetto.

Buona ribellione a tutte,
“non esistono scorciatoie alla fatica”*

*Roberto Cingolani, cit.

Renata Giunta, imprenditrice: “Ciascuna di noi ha nel DNA i geni della resilienza”

Le donne a Siracusa come sono? Sono sorridenti, arrabbiate, stanche, soddisfatte, appagate, disperate? Me lo chiedo non pensando a quali storie personali si celano dietro i volti di ciascuna.

Me lo chiedo oggi, 8 marzo 2024, giornata di mobilitazione con cortei e scioperi delle lavoratrici e dei lavoratori in tutta Italia, pensando a quanto la nostra società remi a favore (o contro) della qualità della vita delle donne. In questo piccolo lembo di terra ai confini meridionali del paese i dati sulla condizione femminile sono impietosi per due fattori principalmente: il primo è il lavoro delle donne. Le siracusane non stanno certo con le mani in mano. In una città con una struttura produttiva ancora principalmente industriale (che attrae e accoglie uomini) con servizi di trasporto inadeguati, mancanza di servizi per l’infanzia così come per la cura degli anziani non autosufficienti, non c’è modo di liberare le energie femminili. Le siracusane che lavorano sono impiegate nei servizi, nel commercio, nella pubblica amministrazione. Ma la maggior parte di noi rimane disoccupata, impegnata h24 nel sopperire ai bisogni della famiglia. Il settore turistico che si vuole incrementare ha bisogno di professionalità disponibili, di giorno e di notte. E le donne che molto bene potrebbero fare si autoescludono per i motivi di cui sopra.

Il secondo fattore è rappresentato dai servizi per la salute. I dati sulla salute dicono che le donne anche a Siracusa vivono di più, ma con più acciacchi. La sanità locale da tempo ha contratto l’offerta dei consultori. A fronte dei 5 previsti, oggi solo 2 strutture aperte. Tagliare i consultori vuole dire ridurre la medicina per le donne e per i bambini, soprattutto la prevenzione e i servizi di educazione alla salute. Meno pubblico, più sanità a pagamento. Ma le donne non guadagnano e quindi non si curano.
A Siracusa, dunque, le donne possono essere felici, appagate? Certamente si, perché ciascuna di noi ha nel DNA i geni della resilienza. Da Aretusa in poi siamo sempre state capaci di trovare spazi di senso anche in questa città. Bisogna tuttavia premere perché a livello istituzionale si ponga la questione della capacità della città di permettere alle donne di liberare le proprie energie fuori dall’ambito di cura familiare. E le occasioni di lavoro sono il primo passo insieme a servizi socio-sanitari accessibili per disponibilità e qualità.
Se oggi potete farvi un regalo dedicando tempo a voi stesse, oltre che un aperitivo con le amiche, vi invito ad andare ad una delle manifestazioni organizzate dalle tante associazioni (queste si promosse e animate da donne) che operano nel sociale con particolare attenzione alle questioni femminili. È un’occasione per fermarsi a riflettere, per prendere aria, per non sentirsi sole. È un’occasione per chiedere con forza alle istituzioni locali di mettersi nei nostri panni, di attivare il lato femminile. Come ci insegnano i latini, chiedere per ottenere.

Silvia Caruso, giornalista: “Rimettere al centro il tema del lavoro e della formazione professionale”

Quando frequentavo la Facoltà di Lettere classiche, mi sentivo ripetere che era il corso di studi perfetto per una donna: l’insegnamento, unico sbocco professionale contemplato, era la soluzione più adatta per conciliare famiglia e lavoro. Durante uno dei miei primi colloqui di lavoro per un’azienda, prima di capire che persona ero e se le mie qualifiche fossero in linea con la posizione lavorativa offerta, mi fu chiesto se ero fidanzata, se avevo intenzione di sposarmi e di avere dei figli.

Sono fatti relativamente recenti che, però, mi tornano alla mente ogni volta che il dibattito su questa atavica questione femminile torna in auge e che mi danno la percezione di quanto poco sia cambiata l’aria intorno a noi, impregnata ancora oggi di stereotipi, di scelte obbligate (lavoro o famiglia) o dell’illusione di poter scegliere, di un doversi costantemente accontentare perché, di fatto, “sei una donna, cosa pensi di poter fare?”

Mentre guardo la rassegna stampa in tv e il mio smartphone è già inondato di “auguri” per l’8 marzo, Giornata internazionale per i diritti delle donne, io mi soffermo sui dati statistici: in Sicilia lavora soltanto il 30% delle donne, contro il 50% della media nazionale. Com’è possibile che, ancora oggi, all’alba del 2024, così tante donne siano escluse dal mercato del lavoro? Eppure, esiste anche un’altra Sicilia che, secondo uno studio di Confartigianato, è una delle prime 30 regioni a livello europeo per crescita di imprese e lavoro autonomo femminile. Dati in chiaroscuro che, se da un lato dimostrano la capacità delle donne di essere attive promotrici della nostra economia, dall’altro dovrebbero indurci a rivedere le priorità delle nostre battaglie, mettendo davvero al centro il tema del lavoro e della formazione professionale, scevro da ogni ideologia e propaganda.

 

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