Aggiornato al 04/03/2026 - 16:22
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Teatro

A Siracusa “La firma” di Claudio Fava, la dittatura in Argentina e l’anatomia del dolore

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Il dramma teatrale “La firma”, scritto e diretto da Claudio Fava, attraverso un fitto colloquio in un parlatorio del carcere, esplora i chiaroscuri dell’anima, tra colpe sottaciute e identità violate

I protagonisti – un ex colonnello (Ninni Bruschetta) e la figlia (Federica De Benedittis) – trasformano, infatti, quella sala colloqui in uno spogliatoio delle ideologie politiche, in un anfratto sociale divorato dagli orrori della dittatura in Argentina. E la firma è quella che la ragazza – figlia di due oppositori politici desaparecidos – deve apporre su un documento ufficiale che comprovi l’assenza di qualsiasi legame parentale con quell’uomo che, di fatto, l’ha cresciuta.

L’incontro – a mano a mano che l’indizio trova la sua forma – diviene scontro, e con un dito puntato contro l’altro ci si tende, comunque, la mano. La madre adottiva è morta di cancro: “Te la ricordi?”. “Un giorno ho aperto l’armadio e con la faccia in mezzo ai suoi vestiti, ho sentito l’odore di lei. Sono cellule che si rifiutano di morire”. “Mi hanno accusato di averti rapito e invece ti ho protetta”. “Non hai protetto me, hai protetto te stesso”. “Volevi diventare una sovversiva?”. “Sei un assassino!”. “Non abbiamo ucciso, ma messo ordine in questo paese”.

E le note di un tango sciolgono le tensioni, trasmutano l’ira in ritmo, liberano il fuoco nelle movenze di una danza. Una pièce in cui la distinzione tra chi agisce e chi subisce si fa fluida e che solleva lo spettatore dai suoi istinti abissali.

“Quello che veramente ami rimane. Quello che veramente ami non ti sarà strappato. Quello che veramente ami è la tua vera eredità. Il resto è storia. Il mondo andrà a chi è in grado di prenderselo”. “La violenza non è il male, il male viene prima, è dentro di noi”. “Vivere ogni giorno, ogni attimo come se fosse l’ultimo è la vera rivoluzione. Non serve, dunque, uccidere i poeti, rimangono i loro versi”.

E chissà se quel parlatorio di carcere, in cui il tavolo che separa i due assurge a barriera morale, diverrà un giorno un angolo del tacito perdono.

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