Aggiornato al 14/03/2026 - 13:42
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Monologo

Teatro Massimo, “Parola d’attrice”: “Callas d’incanto”, una devota parabola della divina

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Al Teatro Massimo, il monologo “Callas d’incanto”, con Debora Caprioglio nei panni della devota governante Bruna Lupoli, ha omaggiato la Divina, la cui vita, scarnita dai tormenti, ha innalzato, comunque, un inno all’arte

Lo spettacolo, scritto e diretto da Roberto D’Alessandro, si inserisce nell’àmbito della seconda edizione (rappresentata in teatro) di “Parola d’attrice” ideata da Franca Maria De Monti, presidente dell’associazione Lighea.

Con un’accorata e accurata interpretazione, l’applauditissima Debora Caprioglio ha tracciato la parabola umana e artistica della soprano in una dimensione temporale sospesa – al telefono risponde più volte che Madame deve ancora rincasare e dinanzi al pubblico si chiede il motivo di tale ritardo – che soffia ulteriore aura vitale su Maria Callas. “Lei che quando mi assunse come guardarobiera, prima di promuovermi a governante, pesava 100 chilogrammi, studiava dappertutto per servire la musica” e “la sua volontà di volermi sempre vicina è contiguità con la divinità”.

All’età di 34 anni, Maria Callas, contesa nei più prestigiosi teatri del mondo, conobbe l’armatore Aristotele Onassis che, dopo una sua osannata esibizione, le mandò il primo di una lunga serie di mazzi di rose rosse. E fu così che la grande sacerdotessa della musica – assumeva farmaci per dormire e altri per mantenersi sveglia – già sposata con l’imprenditore Giovanni Battista Meneghini, si innamorò dell’uomo più ricco del mondo. Il loro non fu certo un amore idilliaco, il rozzo Onassis non sapeva cosa voleva dalla vita e detestava la lirica. Anche sullo yacht “Christina O” diverse volte la umiliò, ordinandole di tacere, “perché, oltre a non capire nulla di certe cose, era soltanto una cantante da pianobar”. Non appena le sue corde vocali si infiacchirono per via di una malattia, Onassis non esitò a dirle: “Sei solo una donna e per di più col fischietto rotto”. La dignità della soprano venne ulteriormente calpestata quando, rimasta incinta, Onassis minacciò di lasciarla e, dopo aver sbattuto la porta, fece naufragare la lieta notizia in un fiume d’alcol.

Dopo il matrimonio con Jacqueline Kennedy – “nell’arco di un anno spese un milione di dollari in scarpe e vestiti” – lui, però, la cercò e lei, ancora divorata da una passione ardente e distruttiva, restò imprigionata in questo legame morboso. E appena Ari non ci fu più, “si ritrovò vedova, senza averlo mai sposato”. “Vi assicuro che la signora sta per arrivare”. E mentre il pubblico scioglieva un grumo di pianto, la splendida attrice, fedele governante di Maria Callas, declamava: “Sono stata l’ancella di una vestale. Io la sento cantare ogni giorno. Perché non torna?”.

Una superba interpretazione coniugata ai tempi presente e futuro e in cui l’omissione dell’avvenuta fine è da parte di Bruna Lupoli declinazione della sua dedizione all’infinito.

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