Aggiornato al 11/05/2021 - 10:43
elicottero carabinieri catania siracusapress

Blitz antimafia nel siracusano, 13 arresti e colpo al clan Trigila

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Blitz antimafia nel siracusano. Polizia, carabinieri e guardia di finanza stanno eseguendo un’ordinanza cautelare in carcere emessa dal gip di Catania nei confronti di 13 persone accusate di associazione mafiosa. Si tratterebbe di affiliati al clan Trigila, che opera nei territori della zona sud-orientale della provincia di Siracusa.

Secondo i magistrati della Procura distrettuale Antimafia di Catania, il clan, avvalendosi della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo, ha “assicurato una posizione dominante nei comparti del trasporto su gomma di prodotti orto-frutticoli, della produzione di pedane e imballaggi e della produzione e commercio di prodotti caseari, influendo e alterando le regole della concorrenza”.

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Una immagine dei colloqui tra il boss ed i familiari finiti nelle intercettazioni degli investigatori

Nell’operazione odierna, che nasce dalle indagini ‘Robin Hood’ della squadra mobile e ‘Neaton’ dei Carabinieri sul clan Trigila, sono impegnati poliziotti della Questura di Siracusa, del reparto prevenzione crimine e dei cinofili della Polizia di Stato e militari dell’Arma dei carabinieri. I militari della Guardia di finanza stanno invece eseguendo un decreto di sequestro preventivo nei confronti di uno degli indagati.

Le indagini, avviate nei mesi conclusivi del 2016 e condotte sino alla stagione estiva del 2018, ha consentito di accertare che, nonostante la lunga detenzione del capo clan, Antonio Giuseppe Trigila e di altre figure di vertice (tra le quali il figlio del boss) il clan Trigila avrebbe continuato ad operare grazie al contributo dei più stretti familiari del capo, ovvero la moglie e la figlia, nonché attraverso l’opera di alcuni uomini di assoluta fiducia preposti alla conduzione delle attività illecite più remunerative.

Una delle armi sequestrate durante il blitz agli affiliati del clan Trigila

Sebbene detenuto, dunque, il boss Trigila ed il figlio avrebbe continuato ad impartire le disposizioni attraverso i colloqui sostenuti con i propri familiari, anch’essi affiliati, per controllare le attività economiche del territorio. Controllo del territorio mantenuto con la strategia del terrore e la forza delle intimidazioni, il controllo del territorio.
Gli investigatori hanno accertato come il clan Trigila agisse ricorrendo a un modus operandi consolidato nel tempo che con aziende controllate dal clan capaci di alterare le regole della concorrenza e di acquisire una posizione dominante grazie al nome dei Trigila.

Ciò avveniva, ad esempio, nell’intermediazione imposta nel settore dei trasporti dei prodotti agricoli, nelle estorsioni agli operatori economici e nell’acquisizione di fondi agricoli finalizzate alle richieste di contributi europei. Senza escludere, ovviamente,  attività tradizionalmente illecite come il traffico di sostanze stupefacenti. Per la polizia, tra i gli affiliati in  posizione apicale spicca in assoluto la figura di Giuseppe Crispino, il vero e proprio “reggente in libertà” del sodalizio criminale, al quale, sino alla data del suo arresto avvenuto nel luglio del 2018, era stata affidata la raccolta dei proventi illeciti necessari al sostentamento dell’associazione, il pagamento degli stipendi alle famiglie dei soldati detenuti, la detenzione delle armi e la conduzione delle attività illecite più delicate come le estorsioni e il traffico di sostanze stupefacenti.

 

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