Il romanzo “Vita di Norina. Una donna del secolo scorso” di Stefania Germenia – Algra editore – è la biografia di una donna realmente vissuta, i cui affanni si intersecano con i disastri della Storia
“Vita di Norina. Una donna del secolo scorso” di Stefania Germenia – Algra editore – è la biografia romanzata di una donna di origini calabresi, i cui affanni si intersecano con i disastri della Storia. Norina Brenna, sesta di 7 figli, era nata a Marina di Fuscaldo l’8 agosto del 1922 da Costantino e Natalina, “unitisi per indigenza e ignoranza in quella terra sfinita da una povertà secolare, impressa ancor di più come marchio a fuoco vivo dopo il rovinoso sisma del 1908”. Nell’umile focolare, imperava la legge del padre-padrone, che la moglie assecondava, consunta com’era dalla cura della prole e dal carico di lavoro extra familiare. Un contesto in cui qualsiasi anelito di vita veniva mortificato e il sapere dei libri non sfamava il corpo. L’unica a fare sognare Norina era la maestra Carmelina, “con i suoi versi e quaderni segreti che nel periodo fascista sapevano di libertà e avventura” e che avrebbe tanto desiderato che la sua migliore alunna avesse proseguito il suo viaggio verso la conoscenza”. “A fimmina senza statu è comu u pani senza levatu” (La donna senza marito è come il pane senza lievito) aveva sentenziato la madre, quando Norina aveva rifiutato le avance di un buon partito. Ma l’analogia “Un ni vuaglio maritu, comu Carmela” (Non ne voglio marito, come Carmela) le costò l’allontanamento dalla cara maestra che, avendo battezzato la sorellina Marta, frequentava la casa, dispensando nozioni e distrazioni costruttive. L’affrettato matrimonio della sorella Giuseppina con Francesco, un panettiere siciliano che “voleva mettere tutto a posto prima che il Duce optasse per la guerra e lui potesse essere richiamato al fronte”, cambiò comunque le carte in tavola.
Nella cittadina di Floridia, Norina, dopo sguardi rubati e barlumi di sorriso, sentì palpitare il cuore per Salvatore, che, osteggiato dalla madre – è forestiera e senza dote – divenne presto suo marito, saltando la fase del corteggiamento e dei preliminari. Ma Norina, su cui la sorte aveva ripetutamente infierito, dopo aver seppellito il suo talento narrativo e ingrigito la fantasia, era divenuta, comunque, erede di un’atavica intransigenza, che le aveva indurito la scorza. Non era più “parca di parole, per indole e per cultura”, né “seminava affetto con i gesti e con i sorrisi”, nonostante il consorte fosse molto amorevole – la lasciava sempre libera di scegliere – e l’unione avesse dato i suoi frutti. E così il destino le tirò ancora un brutto tiro mancino che, pur segnandole per sempre l’esistenza, non le impedì di vivere il sogno americano, lasciandosi alle spalle “l’Italia, che nel dopo guerra aveva riservato alle donne la fatica della ricostruzione, i lutti da elaborare, ma anche l’ebrezza di una nuova libertà.” E Norina, “la cui indole manageriale, scoperta e allenata per affrontare gli stenti della guerra”, nella “Merica”, trovò linfa vitale. Una vita travagliata che lei volle concludere in Sicilia, in quella terra arsa dal sole che per Norina era grembo e dove le onde sussurravano: “Vi abbraccio tutti, bimbi miei, abbiate coraggio e voglia di vivere”.







