Anna Villari analizza l’evoluzione delle istituzioni culturali e il ruolo delle tecnologie nell’esperienza museale contemporanea
Se c’è un aspetto in cui SiraMuse, il Museo multimediale delle storie di Siracusa, vuole trovare un posto in primo piano, questo è il rapporto tra le istituzioni museali e il pubblico, proprio nella fruibilità degli spazi.
Un rapporto che si è evoluto nel tempo e ha raggiunto negli ultimi anni una svolta significativa.
Nel 2022, l’International Council of Museums ha ridefinito il concetto stesso di istituzione museale, ampliando la visione tradizionale per abbracciare principi di inclusività, accessibilità e sostenibilità.
Anna Villari, museologa coinvolta nel progetto SiraMuse, il nuovo museo multimediale firmato Civita Sicilia che ha aperto nei giorni scorsi a Siracusa, negli spazi di quella che era la chiesa seicentesca di Santa Maria di Montevergini, riflette sull’evoluzione del ruolo delle istituzioni culturali nella società contemporanea.
«Il museo oggi viene visto e vissuto, sia dagli operatori del settore che da un pubblico sempre più ampio – racconta Villari – come interlocutore attivo, come soggetto vivo e necessario all’interno delle comunità, locali e allargate, come un attivatore di crescita e di sviluppo culturale, sociale, etico. Questo vuol dire che ai musei si riconosce una grande responsabilità: devono tutelare il patrimonio, le memorie, le storie, animare il dibattito, aprire la porta alla sperimentazione, e parlare a tutti, facendosi capire da tutti, tenendo alta la qualità dei contenuti, dei messaggi, e anche dei linguaggi. Una sfida entusiasmante, soprattutto nel momento in cui si progetta e si realizza un nuovo spazio museale, come quello che apre a Siracusa in questi giorni».
Questa trasformazione comporta responsabilità inedite per le istituzioni culturali, chiamate non solo a tutelare il patrimonio, ma anche ad animare il dibattito pubblico e a rendersi comprensibili a tutti i pubblici, mantenendo alta la qualità dei contenuti. SiraMuse rappresenta un esempio concreto di questa nuova concezione museale. Privo di una collezione fisica, il museo si propone come “perno narrativo” che orienta i visitatori verso altri luoghi e storie della città siciliana.
L’integrazione delle nuove tecnologie nell’esperienza museale solleva interrogativi cruciali sul futuro della conservazione e trasmissione del patrimonio culturale.
«Le tecnologie – continua Villari – possono offrire strumenti utili alla conoscenza, alla sistematizzazione e alla condivisione; si pensi, per esempio, proprio alla digitalizzazione, a tanti efficaci sistemi di indagine, analisi, mappatura, consultazione. E come dice, le tecnologie stanno anche trasformando l’esperienza del pubblico, anzi dei pubblici. Tecnologie che però personalmente ritengo debbano essere “al servizio di”, stimolanti ma mai soverchianti, e in dialogo con l’arte, la creatività, anche la sperimentazione linguistica e narrativa».
Ma non ci sono solo tecnologie. C’è una attenta riflessione sugli spazi che le ospitano, e c’è anche un “saper fare” allestitivo che ha a che fare con i mondi del cinema, o del teatro. Dare vita a un museo come SiraMuse vuol dire infatti anche ragionare in termini di sceneggiature, di ritmi e tempi narrativi, di risultati visivi e sonori, immaginati e orchestrati registicamente in fruizione di un visitatore, anzi di tanti visitatori, con diverse esigenze, e che si muovono in uno spazio fisico. «Alle volte non ci si pensa – spiega Anna Villari -, ma dietro ad un progetto museale, e ad un progetto come questo, lavorano autorialità e saperi molto articolati».
SiraMuse non è un museo che custodisce opere d’arte, ma che racconta storie che puntano anche a sensibilizzare la tutela delle opere. Ed esiste un dibattito che tocca una questione fondamentale per l’identità stessa de musei contemporanei: quello della restituzione ai paesi d’origine. Una tematica che non riguarda SiraMuse, ma che riguarda certamente la Sicilia.
La Sicilia ha recentemente vissuto questa esperienza con la restituzione alla Grecia di un frammento del fregio del Partenone, conservato nel Museo Salinas di Palermo. Prima ancora la Dea di Morgantina restituita dal Paul Getty Museum di Los Angeles alla Regione siciliana e riportata ad Aidone, in provincia di Enna. Il Kouros di Lentini, conteso tra la Grecia e l’Italia e poi tra i musei di Catania e Siracusa.
«E’ un tema complesso – sottolinea Villari -, che implica attente scelte e riflessioni culturali, storiografiche, ma anche politiche, diplomatiche, legislative. E non ultime, perché il processo sia davvero compiuto, adeguate ricadute museologiche, museografiche e narrative. È importante che si analizzino e si gestiscano le collezioni anche in virtù del passato di cui sono testimonianza, e che spesso, per molti paesi europei, è un passato di colonialismo, furti, razzismo e incomprensione. Per questo prima, o insieme alle restituzioni, è importante costruire giuste narrazioni, perché anche nei musei la storia, ogni storia, si deve “restituire” prima di tutto raccontandola con esattezza, rispetto, e con il coraggio della verità: senza sconti, senza autoassoluzioni».
L’esperienza di SiraMuse indica una direzione precisa: costruire una giusta narrazione di Siracusa e diventare un luogo di dialogo e comprensione, capace di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per rendere il patrimonio culturale vivo e significativo per le comunità contemporanee.









