Al Teatro Massimo, con lo spettacolo “Rosa cunta e canta”, Donatella Finocchiaro, accompagnata alla chitarra da Vincenzo Gangi, si è tramutata nella martoriata carne di Rosa Balistreri, “prestandole” anche la voce
Una performance di vibrante intensità, inserita nell’àmbito della rassegna “Parola d’attrice” che l’ideatrice Franca Maria De Monti, presidente dell’associazione Lighea, ha voluto rappresentare per il secondo anno consecutivo a ridosso della festa della donna.
L’attrice catanese, nella sua lettura drammatizzata, ha ricostruito il doloroso pellegrinaggio della cantautrice di Licata, fra stenti – da bambina vendeva uova casa per casa – e violenze che si annidavano fra le mura domestiche, amori spezzati e un talamo di dolore: “Mio padre (Emanuele) tornava spesso ubriaco, e botte e urla e litigi, tutto il giorno, tutti i giorni, e quella volta che mia madre (Vincenza) non volle fare l’amore con lui perché ancora i picciriddi erano svegli – dormivamo in 5, oltre a un porco, nella stessa stanza – iddu nun ci desi i soldi e ni lassò morti di fami”.
Per soffocare la sua rabbia, per anestetizzare il dolore, Rosa, però, di nascosto cantava e, quando un signore si offrì di farla studiare, suo padre rispose: “Ju figghie buttane nun hajiu”. “A mia mi piaceva Angiolino, aveva na bella testa, ma a 17 anni mi fecero sposare Jachinazzo, lagnusu, jucaturi, latru e ‘mbriacu. Ni lassammu e dopu ca turnammo assemi fu sempre ‘a stissa cosa, ‘mastru cola cu na furma’”.
Donatella Finocchiaro, inframmezzando la narrazione con qualche canto, ha delineato anche il volo di Rosa verso il Nord – seguita poi dalla sua famiglia di origine – per andare incontro a una nuova alba, nonostante la sorte le scagliasse contro nuove sventure. La conoscenza con il pittore Manfredi, con cui convisse per 12 anni – lui la tradì, poi, con la sua migliore amica e lei ingoiò un tubetto di pillole –; Ignazio Buttitta che – “comu a mia” – scriveva di fame, ingiustizia e libertà: “Devi imparare a suonare la chitarra, sarai la cantatrice del Sud”; Dario Fo che, “quando mi sentì cantare, con quegli occhi spiritati e i dentoni, un pazzo pareva”; Renato Guttuso, che “a me mi ha sempre aiutato, mentre parlava, disegnava una schiena, un culo, me li regalava e io li vendevo”.
La sorella Maria, però, venne uccisa con una coltellata dal marito e il padre fu trovato con un capestro al collo davanti a un palazzo distrutto dai bombardamenti. “In Sicilia non c’è avvenire, sulu si t’arruffiani a qualchi onorevole…”.
Nel frattempo Rosa, diventata madre e tornata al Sud, cantava nelle piazze, “ai morti corcati sotto le macerie di Gibellina” – devastata dal terremoto del 1968 – “a me’ figghia – Amuri, amuri miu, ti vogghiu beni – e mi vineva ‘u friddu, ma era agosto”. E noi, cara Rosa, continuiamo a cuntari di te, col tuo timbro graffiante ti sentiamo ancora cantari.









