Aggiornato al 07/02/2026 - 13:00
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Recensione

Teatro Massimo, la lingua unificatrice de “I Promessi Sposi” rielaborati da Giuseppe Argirò

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La trasposizione teatrale de “I promessi sposi”, per la regia e drammaturgia di Giuseppe Argirò, proietta lo spettatore in quella realistica atmosfera storica dove l’affresco vivido dei personaggi è anche intenso vortice di sentimenti

Il sipario si apre su Giuseppe Pambieri il quale, nei panni di Alessandro Manzoni – narratore esterno che racconta i fatti in terza persona – manifesta alla figlia Giulia, che morirà a soli 26 anni, l’intenzione di scrivere un romanzo storico che abbia come oggetto il verosimile e di fondamentale importanza per la creazione di un’unità linguistica italiana. “Verità è soltanto l’amore di Dio per le creature”. “Ecco perché siete la mia figlia prediletta: anticipate i miei pensieri”. “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello spingere e del rientrare di quelli”.

Al centro di questa storia di ordinarie ingiustizie, ambientata nel XVII secolo e riscattata, comunque, da una giustizia divina rintracciabile nella Provvidenza, ci sono le peripezie degli umili Renzo (Vinicio Argirò) e Lucia (Greta Porcelli), promessi sposi, ma oppressi dal prepotente don Rodrigo (Roberto Baldassarri) – simbolo del potere feudale – e traditi da un sistema legale inefficace e corrotto – incarnato dall’avvocato Azzecca-garbugli (Ruben Rigillo).

Grazie all’agile scivolamento di ruolo, Pambieri (del nutrito cast fanno parte anche Micol Pambieri e Giovanna Mangiù) veste anche i panni dell’Innominato, personaggio enigmatico che don Rodrigo ha voluto coinvolgere nel progettato rapimento di Lucia e che comunque si convertirà (“Dio perdona tante cose per un atto di misericordia”, lo assicura Fra’ Cristoforo).

Nella galleria di personaggi (i costumi sono di Vincenzo La Mendola) su cui come nella vita grava l’ineluttabile ombra della morte (rappresentata da Cecilia), figurano, tra gli altri: il codardo Don Abbondio (Paolo Triestino) che dice ai bravi: “Renzo è una testa calda; quella Lucia sembra una madonnina infilzata; ragazzacci che per non saper che fare, si innamorano e poi vogliono maritarsi”; Agnese, la madre di Lucia (Elisabetta Arosio), che dà prova di schiettezza e di saggezza.

La vera protagonista della pièce così come nel romanzo, comunque, è la lingua che Giuseppe Pambieri non manca di sottolineare: “Se non possiamo essere uniti nel territorio almeno la lingua deve appartenere a un unico Stato; Giulia, ho bisogno di sciacquare i miei panni nell’Arno, vado a Firenze, la lingua deve essere vera come i personaggi che io scrivo” (intendendo un fiorentino parlato colto contemporaneo depurato dai lombardismi e dagli arcaismi della prima stesura “Fermo e Lucia”); “la nostra libertà nasce dalla nostra lingua, pensieri diversi avranno una lingua comune”. E così la lingua dello spettacolo ha catapultato il pubblico – che ha applaudito a lungo – nel dramma dell’esistenza, sincere tracce di umanità divorate dal tempo.

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