Aggiornato al 23/03/2026 - 12:59
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Teatro Massimo, “L’altro figlio”: dramma della memoria e poetica della danza

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Portato in scena in un riuscito connubio fra teatro e danza, “L’altro figlio” esplora il dramma della memoria, che incatena i personaggi a un passato dolente, nonché le difficoltà di conciliare il flusso inarrestabile della vita con la rigidità delle “maschere”

Nell’applauditissima pièce, il supplizio di una madre, “Maragrazia”, dimenticata dai due figli emigrati in America, ma sprezzante verso l’unico figlio che le sta vicino, poiché frutto della violenza del capobrigante Cola Cannizzi, diviene spesso supplica, mentre la danza, eloquente ornamento del corpo, esprime storie ed emozioni.

“Due figli ho perduto belli come il sole”, racconta la protagonista a una vicina, che fa la sarta, pregandola per l’ennesima volta di scrivere delle lettere a nome suo ai due figli. Ma “quell’infamaccia non ha scritto niente, soltanto scarabocchi”, scoprirà la poverina quando ne farà verificare il contenuto a un uomo, Pirandello, il quale, interamente vestito di bianco a partire dal cappello, si affida alla gestualità codificata e metaforica, invece che alla parola: “È mia madre – dice l’altro figlio, Rocco Trupìa –. Ho sempre comandato alla mia famiglia di rispettarla come una madonna sull’altare, ma lei neppure il primo colostro del suo petto volle darmi. E appena i suoi figliacci – che si ubriacavano e si scialavano con le donnacce – partirono, la andai a prendere, ma lei volle continuare a fare la mendicante”.

E la maternità per Maragrazia diventa così condanna: “Lui non ha nessuna colpa, sono io che quando lo vedo comincio a tremare: è tale e quale a suo padre, anche nella voce. E il mio sangue si ribella”. Una gravità che i volteggi delle ballerine vestite di nero sospendono con la loro grazia, vera poesia del movimento. E quando la musica si fa frenetica e il ritmo della danza assume un andamento vorticoso, il pubblico ascolta anche le pulsioni che agitano l’animo umano.

Maragrazia, evocativo di malagrazia, rappresenta una sintesi tragica della Sicilia del primo Novecento, una terra aspra che gli stessi figli vogliono abbandonare per trasferirsi nell’Eldorado, spartiacque fra la vita misera e quella sognata. L’opera, per la regia di Orazio Caruso, è stata realizzata col supporto della Compagnia Città Teatro Danza; le coreografie sono di Silvana Lo Giudice (figlia della compianta Mariella); tra gli attori figurano Debora Bernardi, Emanuele Puglia, Evelyn Famà e Santo Santonocito.

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