Liberazione 2.0: se non puoi dare diritti alle donne, puoi sempre toglierle di mezzo con le bombe democratiche… a cura di Massimo Reina
L’Occidente dice di voler liberare le donne iraniane dall’oppressione. E infatti ha cominciato eliminando direttamente le bambine. A Minab una scuola femminile è stata cancellata dai bombardamenti. Non “colpita”: cancellata. Centosessantacinque fosse già scavate, una fila ordinata di terra smossa che sembra progettata da un geometra della morte. Perché la democrazia arriva sempre puntuale quando si tratta di seppellire qualcun altro.
La narrazione è la solita: “Lo facciamo per i diritti delle donne”. Già. Talmente tanto per i diritti delle donne che prima eliminano quelle che un giorno potrebbero reclamarli. Prevenzione strategica. È il solito protocollo dell’esportazione della libertà, ormai rodato come una macchina industriale: prima demonizzi il paese, poi lo dipingi come il male assoluto, poi lo bombardi. Infine quando muoiono civili li chiami “effetti collaterali”, così la coscienza resta pulita e il comunicato stampa non si sporca di sangue.
Il vocabolario della guerra è un capolavoro di ipocrisia. Le bombe diventano “operazioni”, le invasioni diventano “missioni”, le stragi diventano “incidenti”. E le bambine morte diventano statistica. La vera emancipazione occidentale, in fondo, è semplicissima: una bambina morta è una donna che non potrà essere oppressa. Soluzione rapida, economica e soprattutto non protesta. Ma la parte più indecente non arriva solo dal cielo. Arriva dalle redazioni. Perché mentre a Minab scavavano tombe, qui qualcuno scavava attenuanti.
Un certo giornalismo da laboratorio — quello che si traveste da fact-checker imparziale — ha provato a fare il numero classico: minimizzare, confondere, insinuare dubbi. Come se 165 fosse allineate fossero un problema di prospettiva fotografica. E così succede sempre la stessa cosa. Là si seppelliscono le bambine, qui si seppellisce la notizia. Democrazia esportata. Informazione sterilizzata. Coscienze anestetizzate. Il finale è sempre lo stesso: quando la bomba uccide, il missile parla. E quando la realtà imbarazza, il giornalismo — quello addomesticato — guarda da un’altra parte.









