Tramite questa strenua danza – accompagnata da una musica cupa che declina, poi, in una mirabile fusione dal vivo di jazz e swing – la nazione si consegna nelle mani del destino
Al Teatro Massimo, lo spettacolo “They shoot horses”, rappresentato per la prima volta in Sicilia, è un balletto di morte che, agito sullo sfondo della Grande depressione americana, indaga la vertigine del limite umano, dandola in pasto ad un pubblico affamato di “intrattenimento”.
La pièce, ispirata al film del 1969 di Sydney Pollack e prodotta dal teatro lettone di Daugavpils, per la regia di Oleg Shaposhnikov, è stata rappresentata anche al teatro comunale “Tina Di Lorenzo” di Noto, sempre con la coreografia e il libretto di Irina Bogeruk, premiata come “Coreografo dell’anno”. Un girotondo infernale rievocativo, per certi versi, del romanzo “Cecità” in cui José Saramago descrive non una condizione fisica, ma morale di un’umanità indifferente che calpesta perfino le macerie della dignità.
A dirigere il frenetico e sfrenato ballo che si protrae per oltre quaranta giorni, durante cui ci si concede soltanto fortuitamente al cibo e al sonno, è un cinico speaker, Rocky, che aizza i 26 ballerini alla ferinità della danza. Una sorta di agone animalesco in cui l’essere umano diviene selvaggio in una cornice, però, di leggerezza.
“Per la coppia vincente ci sono in palio 1.500 dollari. Siete già degli eroi, dovete dimostrare, però, di essere supereroi. Vi aspetta, dunque, il derby, una lunga corsa in cerchio”. È una reiterazione inesausta, una spira incessante che trasforma gli esseri umani in spoglie camminanti. “Ora si balla da soli, se cadete, avete 15 secondi per rialzarvi. I cavalli sfiancati non si fanno fuori”.
Una solenne coreografia metafora degli abissi dell’esistenza: “La vita è una pista: l’angolo di verità è avvolto nell’inganno”. Una sentenza che è naufragio delle attese, estremo sussulto dell’anima.











