Al Teatro Massimo, ne “La creatura del desiderio”, il monologo interpretato e diretto da Massimo Venturiello
La burrascosa relazione tra il pittore austriaco Oskar Kokoschka e Alma Mahler diviene metafora dell’odierno amore virtuale fra uomo e robot e riflessione sull’arte. Tratta dal romanzo di Andrea Camilleri pubblicato da Skira nel 2014, la vicenda, accaduta realmente agli inizi del Novecento, esplora, infatti, il fragile confine fra amore e ossessione, degenerato nella creazione di una bambola con le fattezze dell’amata.
Massimo Venturiello, col vigore di un animale da palcoscenico e accompagnato dalle musiche dal vivo del Quartetto Klezmer, ha tracciato la mappa dell’incontro con Alma: “Quando suo marito Gustav Mahler morì, non passò molto tempo prima che mi invitasse a cena. Era incantevole nel suo lutto: la sua casa era arredata con gusto, mobili antichi, vasi cinesi, tappeti, sofà. In quell’ambiente raffinato uno come me le parve un orso divertente da addomesticare. Gli uomini comuni la annoiavano mortalmente. Io ero il pittore di cui si parlava di più a Vienna. Oskar Kokoschka, il super selvaggio”.
In quel rapporto, “scosso da una continua eccitazione sessuale”, si insinua però il corrosivo tarlo della gelosia, che getta l’ombra del sospetto sulla trama della quotidianità. E quando il sentimento diventa tormentosa ossessione, furia cieca, Alma lo lascia e lui, ancora ventottenne ma incapace di sopportare più la vita, si arruola volontario e parte per il fronte; quella vita che voleva gettare, però, per circostanze fortuite gli fu donata: “La guerra lo salvò dalla morte”.
Al ritorno, però, quella fissazione morbosa – ha disegnato Alma centinaia di volte, l’ha dentro di sé, la conosce a memoria – diventa brama accecante che soltanto la creazione di una bambola con le fattezze della sua amata può placare. Un’artigiana di Monaco, la signora Moss – “mai sia che un uomo possa maneggiare la mia Alma” – dà forma e corpo alla creatura del desiderio, la quale non soltanto diviene signora dei suoi ardori notturni, ma anche musa mondana, dama dei ricevimenti. Il simulacro di quell’amore malato, però, degenera in feroce delirio: “Non c’è niente e nessuno che possa spiegare. Ho ignorato le correnti artistiche del mio tempo, ma non mi sono allontanato dai miei antenati spirituali. Senza passato non ci può essere futuro”.
E Massimo Venturiello è così tutt’uno con Oskar Kokoschka: “Ho sempre immortalato quello che ho avuto davanti, ho frugato la realtà, l’ho stravolta, ma non me ne sono allontanato mai. L’essenza dell’arte sta proprio nel comunicare l’esperienza umana. L’arte, quella vera, non mente mai, esprime la vita. L’unico modo per capire è perdersi”.







