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Il Ferragosto che la Folgore non è riuscita a cancellare: La storia di Emanuele Scieri

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A 26 anni dai fatti, si è chiuso con tre gradi di giudizio il processo per la morte del militare siracusano, ucciso nella caserma “Gamerra” di Pisa nell’agosto del 1999. Una storia di silenzi istituzionali durati un quarto di secolo

Ferragosto 1999. A Siracusa si accendono le griglie, si organizzano gavettoni sul lungomare, qualcuno prepara già la tavola per il pranzo. A Pisa, dentro la caserma “Gamerra”, quello stesso giorno un odore acre si alza ai piedi di una torre usata per asciugare i paracadute. È un corpo, lasciato lì da tre giorni sotto il sole d’agosto.

Quel corpo lo trovano il 16 agosto 1999. È quello di Emanuele Scieri. Ha 26 anni, è nato a Siracusa, si è appena laureato in giurisprudenza. In caserma, dove era arrivato da poco, lo chiamavano già “l’avvocato”.

Era scomparso la sera del 13 agosto, poco prima del contrappello delle 23. Per tre giorni nessuno lo cerca sul serio. Il 15 agosto, mentre il suo corpo giace già ai piedi della scaletta d’acciaio, la caserma subisce perfino due ispezioni straordinarie — una all’alba, guidata dallo stesso comandante della Folgore, generale Enrico Celentano, l’altra in serata. Nessuna delle due si accorge di nulla. Bisognerà aspettare il giorno dopo, e l’odore, perché qualcuno guardi sotto proprio lì.

Cosa è successo davvero

Per anni la versione ufficiale è quella di un incidente: Scieri sarebbe salito da solo sulla torre, forse per cercare campo con il telefonino, e sarebbe caduto. Una ricostruzione che non ha mai retto al peso delle domande senza risposta — perché nessuno lo cerca per due giorni, perché due ispezioni non trovano un cadavere a pochi metri da un percorso di ronda.

La verità, arrivata solo dopo la riapertura del caso nel 2017 — voluta dalla procura di Pisa sulla scia del lavoro di una commissione parlamentare d’inchiesta — è un’altra. Quella sera Scieri, arrivato in caserma da poche ore, viene sorpreso al telefono: uso vietato ai reclutati. Alcuni caporali lo fermano, lo qualificano come una violazione da punire e lo costringono, dopo averlo fatto spogliare e picchiato, ad arrampicarsi sulla scaletta della torre di asciugatura. Mentre sale, gli premono gli scarponi sulle nocche delle mani. Scieri cade. I responsabili, invece di soccorrerlo, scappano e lasciano che il corpo venga scoperto per caso, giorni dopo. Le perizie disposte dai giudici hanno accertato che il giovane è morto dopo alcune ore di agonia, e che un intervento tempestivo lo avrebbe salvato.

Sullo sfondo, un dettaglio che pesa quanto i fatti: pochi mesi prima, nel dicembre 1998, il generale Celentano aveva fatto stampare su carta intestata della Brigata Folgore un documento — passato alla cronaca come “Zibaldone” — che accanto a frasi apertamente razziste contro i meridionali raccoglieva un vero e proprio catalogo di pratiche punitive verso le reclute giudicate non abbastanza “dure”. Celentano sarà poi indagato per favoreggiamento e false informazioni ai pm, ma assolto. Il generale Calogero Cirneco, che comandava la caserma Gamerra ed era assente quella notte per una cura termale, verrà indagato per omicidio colposo per le ricerche mai fatte: procedimento archiviato. Nessuno dei vertici ha mai pagato per l’omertà. A pagare, alla fine, sono stati solo due ex caporali.

L’epilogo giudiziario

Il processo per la morte di Emanuele Scieri si chiude ventisei anni dopo i fatti, con tre gradi di giudizio:

  • 13 luglio 2023 — la Corte d’Assise di Pisa condanna in primo grado gli ex caporali Alessandro Panella e Luigi Zabara per omicidio volontario aggravato in concorso: 26 anni a Panella, 18 a Zabara. Un terzo indagato, Andrea Antico, viene assolto con rito abbreviato.
  • 11 dicembre 2024 — la Corte d’assise d’appello di Firenze conferma la responsabilità di entrambi ma ricalcola le pene: 22 anni per Panella, 9 anni, 9 mesi e 10 giorni per Zabara. Antico viene assolto anche in appello.
  • 14 ottobre 2025 — la Corte di Cassazione respinge i ricorsi delle difese. Le condanne diventano definitive.

(Fonti: Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del militare Emanuele Scieri; cronache giudiziarie de Il Tirreno)

Ventisei anni per arrivare a un nome e a un volto dietro la morte di un ragazzo di 26 anni che, secondo chi lo aveva conosciuto in quei pochi giorni di naja, non sapeva stare zitto davanti alle cose che non andavano.

Perché raccontarla ancora

Perché non è “soltanto” una storia di cronaca nera. È una storia di silenzi istituzionali durati un quarto di secolo — di caserme che si proteggono da sole, di documenti ufficiali che istituzionalizzano la violenza, di un cadavere non visto per tre giorni da chi aveva il compito di cercarlo. È anche, però, una storia di ostinazione: quella della famiglia di Emanuele, degli amici, della sua città, della sua gente e anche quella di una commissione parlamentare che, quasi vent’anni dopo, ha riaperto un fascicolo che tutti davano per chiuso.

A Emanuele, e ad altre 364 persone uccise — direttamente o indirettamente — dalle istituzioni italiane, è dedicato il libro Morire di Stato, pubblicato dal collettivo Cronache Ribelli.

 

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