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Dibattito

Ex idroscalo di Siracusa, tra diritto al mare e voli che salvano vite

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Siracusa chiede un waterfront aperto e condiviso, ma non bisogna dimenticare che la base dell’Aeronautica resta presidio strategico per antincendi, trasporti sanitari d’urgenza e soccorso in caso di calamità

L’ex idroscalo De Filippis è oggi al centro di una discussione legittima: da un lato la richiesta di “restituire” il waterfront ai siracusani, dall’altro il ruolo strategico – spesso poco visibile – che l’Aeronautica Militare e le altre Forze armate svolgono in tema di sicurezza, soccorso e protezione civile in senso lato.

La richiesta di smilitarizzare, o comunque ridimensionare la presenza militare nell’area di via Elorina, nasce da un’idea di città che vuole ricucire il rapporto con il mare e completare un fronte urbano più accessibile, vivibile e turistico.

Comitati, pezzi di società civile e forze politiche hanno più volte sottolineato come l’ex idroscalo sia una porzione strategica del porto grande, a pochi passi da Ortigia, che potrebbe ospitare percorsi pedonali, verde, spazi pubblici e funzioni culturali, in linea con altri waterfront mediterranei che hanno scelto la via della rigenerazione urbana.

Nel dibattito, però, rischia di passare in secondo piano la natura “duale” dell’Aeronautica Militare: non solo difesa dello spazio aereo nazionale ed euro-atlantico, ma anche concorso quotidiano alla sicurezza e all’assistenza alla popolazione, con missioni di soccorso, trasporto sanitario d’urgenza e interventi in caso di calamità.
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L’Ordinamento militare ricorda che tra i compiti delle Forze armate vi sono la salvaguardia delle libere istituzioni e il concorso in situazioni di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità e urgenza, ruolo che nel caso dell’Aeronautica si traduce in una presenza h24, 365 giorni l’anno, con equipaggi pronti a decollare anche in condizioni meteo complesse.

La recente Campagna Antincendio Boschivo 2025 è un esempio concreto di come gli assetti dell’Aeronautica Militare siano impiegati a diretto beneficio dei territori.
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Gli elicotteri HH-139 del 15° Stormo, in particolare quelli dell’80° Centro SAR di Decimomannu e dell’82° Centro SAR di Trapani, hanno svolto dalla metà di giugno oltre 40 missioni tra Sicilia e Sardegna, con più di 800 lanci d’acqua e circa 600.000 litri sganciati su sette province, operando per più di 60 ore in contesti spesso complessi dal punto di vista operativo e ambientale.

Sempre sul fronte del supporto alla collettività, è ormai consolidata la procedura che consente il trasporto sanitario urgente con aeromobili dell’Aeronautica Militare su richiesta delle Prefetture, come quella di Messina, nei casi di pazienti in imminente pericolo di vita, necessità di interventi entro tempi improrogabili o trasferimento di plasma e farmaci salvavita.

Si tratta di voli militari attivati solo dopo un’accurata verifica dei requisiti: certificazione della struttura sanitaria sull’idoneità al volo, presenza di personale medico o infermieristico, predisposizione del trasporto da e per l’aeroporto, coordinamento con l’ospedale ricevente e specifiche dichiarazioni di esonero di responsabilità firmate dal paziente o dai familiari.

Un caso recente ha riguardato, ad esempio, il trasferimento d’urgenza di un neonato dalla Sicilia a Roma, decollato da Catania e atterrato a Ciampino con a bordo un’équipe medica specializzata, con successive operazioni a terra coordinate per garantire il ricovero immediato: una delle tante missioni che mostrano come questi velivoli siano, di fatto, un’estensione del sistema sanitario nazionale nei momenti più critici.

Dentro questo quadro, la prospettiva di utilizzare l’ex idroscalo come base operativa “alternata” per attività civili e militari, con particolare riferimento agli elicotteri, viene letta da una parte dell’opinione pubblica come un passo indietro sulla strada del waterfront, ma dalle istituzioni di Difesa come un rafforzamento del presidio strategico nella Sicilia orientale e nel tratto di mare circostante.

I documenti circolati negli ultimi mesi indicano infatti l’area come piattaforma già certificata per l’atterraggio e il rischieramento di diversi tipi di elicotteri, in un’ottica di “sicurezza integrata” che mette insieme esigenze operative, supporto alla Protezione civile e assenza di nuovo consumo di suolo, valorizzando una struttura esistente.

È comprensibile che una città come Siracusa, che vive di identità marittima e patrimonio paesaggistico, rivendichi una maggiore accessibilità al proprio fronte mare, chiedendo trasparenza e partecipazione sulle scelte che riguardano un’area così sensibile.

Allo stesso tempo, è difficile ignorare che proprio nel Mediterraneo centrale – a poche miglia da quel molo e da quel hangar – si intrecciano ogni giorno rotte migratorie, traffici commerciali, rischio incendi, emergenze sanitarie e scenari di crisi che rendono preziosa la possibilità di avere, vicino a casa, mezzi ed equipaggi in grado di decollare in tempi rapidi per salvare vite umane o fronteggiare calamità naturali.

La vera sfida, quindi, non è scegliere in modo ideologico tra “base militare” e “waterfront turistico”, ma tenere insieme, con una progettazione coraggiosa, il diritto della città al mare e il bisogno del Paese di infrastrutture strategiche per la sicurezza e il soccorso.

Soluzioni ibride – che prevedano fasce di accesso pubblico, percorsi pedonali, tutela paesaggistica e allo stesso tempo spazi dedicati alle operazioni di volo e alle funzioni di protezione civile – sono già realtà in altri porti europei e potrebbero rappresentare anche per Siracusa una via equilibrata, a condizione di un confronto trasparente tra Ministero della Difesa, Comune e società civile.

Se l’area dell’ex idroscalo diventerà o resterà una base operativa, sarà fondamentale ricordare che quegli hangar e quelle piazzole non sono solo simboli di “militarizzazione”, ma potenziali punti di partenza per missioni antincendio, voli sanitari urgenti, attività di ricerca e soccorso in mare, ovvero forme concrete e quotidiane di protezione dei cittadini.

Perché, al netto dello scontro politico, la vera domanda per Siracusa è se la città sia disposta a rinunciare a questa capacità d’intervento sotto casa oppure se possa pretendere, con la stessa forza, sia un mare più accessibile sia uno Stato più vicino nei momenti in cui la differenza tra vita e morte si gioca in qualche minuto di volo.

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