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“Le donne del Dottor Barbaria” di Ettore Randazzo, specchio dell’avvocatura e dell’anima

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Il libro, risalente a 12 anni fa e scritto in prima persona, è strutturato in dialoghi, che della realtà processuale costituiscono la parte essenziale

“Le donne del dottor Barbaria” – Sampognaro & Pupi Edizioni – il romanzo postumo di Ettore Randazzo, già presidente delle Camere Penali Italiane, è, in ultima istanza, una riflessione sulla professione forense, i cui codici, però, sono quelli dell’anima.

Permeato da un anelito di giustizia prosaica – esperita dagli uomini è soggetta, infatti, alla fallibilità – il romanzo è stato presentato alla presenza dell’editrice, Daniela Tralongo, presso la “Casa del libro” di Marilia Di Giovanni, da Tommaso Randazzo (figlio di Ettore), Giovanni Randazzo (fratello) e Corrado Giuliano.

Il romanzo prende l’abbrivio da un errore del protagonista “Ora vediamo” che, di professione avvocato, dimentica, entro il termine fissato, di impugnare una sentenza di primo grado, determinando la carcerazione del suo assistito il cui nome è “Quando mai”. A seguito di ciò, l’inestinguibile tormento dell’avvocato – ha sbagliato l’uomo o l’avvocato? – travalicando la coscienza di questi, si intreccia con quella del giudice e del Procuratore della Repubblica, nonché con la personalità di ciascuno.

L’avvocato, comunque, riesce finalmente a liberarsi della maschera e, dando spazio al sé, rimette in discussione il suo modus vivendi; l’errore, così, lungi dall’essere una cicatrice profonda sull’anima, lo conduce, assieme al dolore, alla rinascita. Una resurrezione che il compianto Ettore Randazzo ritiene possibile in un luogo simbolo di bellezza, Ortigia, crogiolo di mare, storia e gloria.

“La giustizia inevitabilmente genera ingiustizia. Forse chi non l’ha assaggiata non ci crede, ma l’uomo mai riuscirà a evitarla; l’imperfezione umana è la nostra magnifica condizione, non ci saprei rinunciare. Anche se so bene che provoca deformazioni inevitabili e inguaribili. Eppure mi batterò sempre contro l’ingiustizia, almeno finché mi sentirò avvocato. L’alternativa è rassegnarsi, nessuno lo vuole, nessuno può permetterselo, neanche un avvocato, anche se smemorato”.

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