Reggio, Ariis e Limonta raccontano memoria e fragilità. Tratto dal romanzo di Maria Grazia Ciani, la regia di Serena Sinigaglia
Lo spettacolo “Argo”, trasposizione teatrale dell’omonimo romanzo di Maria Grazia Ciani, rievoca, senza alcuna pretesa storica, l’esodo istriano del 1947, dopo la fine della seconda guerra mondiale, attraverso gli opachi ricordi di un’anziana signora, la 85enne Vera(Ariella Reggio), che ne tramanda i contorni alle eredi. Un passato che riaffiora durante il viaggio a Pola – città dell’Istria, da cui Vera ancora bambina dovette scappare – organizzato, prima che sia troppo tardi, dalla figlia 55 enne Beatrice (Maria Ariis), e a cui si è aggiunta la nipote 30 enne Clara (Lucia Limonta).
Un tour della memoria che, intrapreso dopo l’infausta diagnosi, Alzheimer, – i nomi delle malattie gravi sono sempre in lingua tedesca oppure acronimi – sana le ferite emotive delle donne, da tempo precipitate nel deserto relazionale – siamo state sempre noi tre sole e ognuna di noi, inoltre, è un universo a sé raffigurazione immaginifica della speranza e, dunque, trasfigurazione. Lo spettacolo di prosa contemporanea, firmato da Letizia Russo, per la regia di Serena Sinigaglia, è anche un manifesto sulla fragilità della vita- siamo tutti condannati a morte, già nel momento in cui nasciamo – sempre sospesa in un tempo incerto frammentato, – tutto si sfalda, lo spazio si stringe e si allarga.
Un passato ingombrante, un esercizio di memoria, il cane Argo abbandonato che adesso riaffiora. La prosa, dunque, assume e riassume il dramma dell’esodo forzato, Mi sono dimenticata – sboccia la poesia. ssssssss! È un fremito, un battito, il trauma è superato, in un attimo.










