[vc_row][vc_column][vc_column_text]
Con la prima delle Coefore e Eumenidi di Eschilo si è aperto questa sera il 56° ciclo degli spettacoli classici dell’Inda a Siracusa. Così il regista Davide Livermore attualizza una storia scritta e messa in scena oltre duemila anni fa…
[/vc_column_text][vc_text_separator title=”di Federica Capodicasa”][vc_column_text]Siracusa si tinge nuovamente delle sue sfumature più famose, quelle del crepuscolo che lentamente, ogni giorno, stinge sulle ghiaie del suo Teatro Greco che, finalmente, ha riaperto alle celebri rappresentazioni classiche, quietando così la sua fame, per un lungo anno, rimasta insaziata.
Dapprima Eschilo, poi Euripide e, infine, Aristofane, questi gli autori delle opere che svolgeranno incanti e incantesimi agli occhi dell’uditorio appassionato.
Che derivi da un’intenzione o da una semplice casualità, la decisione di aprire con colui che viene tradizionalmente considerato l’iniziatore della tragedia greca, sembra sottintendere una sorta di ripartenza, il rifiorire dell’arte e del sapere, temi del buon vivere che, purtroppo, in quest’ultimo anno e per cause di forza maggiore, sono stati accantonati.

Si comincia con Coefore e Eumenidi, dunque, seconda e terza parte dell’Orestea di Eschilo, che narra delle vicissitudini della famiglia degli Atridi, improvvisamente schiacciata dalla malasorte a seguito dell’omicidio del suo capostipite, Agamennone, per mano di sua moglie Clitennestra e dell’amante di quest’ultima, Egisto, atto che inevitabilmente getta l’intera città di Argo nella mestizia, ma che riconsegna Oreste al suo popolo oppresso.
Tre sono i temi principali trattati nell’opera dal regista, Davide Livermore: l’amore filiale di Oreste per il padre ucciso, il sentimento di vendetta di quest’ultimo nei confronti della madre assassina e, infine, la disperazione naturalmente connaturata in un figlio che ha dovuto versare il suo stesso sangue.
Temi cari, questi, all’uomo, concetti eterni che inevitabilmente giustificano l’intenzione di Livermore di collocare l’opera negli anni ’40 del secolo scorso, seppur in un teatro di duemila anni fa.
Ecco perché non sconcerta più di tanto l’attualizzazione della messinscena.

Oreste in camicia di lino e anfibi depone un proiettile, al posto di una ciocca di capelli, sulla tomba del padre e Clitennestra fa il suo ingresso in scena in una macchina da gangster, quale lei stessa è, fasciata in un abito di lustrini e celata da un paio di occhiali da sole, come a voler nascondere un pensiero o una bevuta di troppo. Egisto, un viveur dal grilletto facile e Apollo, il dio, in scarpini di vernice e papillon.
Le Erinni, le creature ambigue, persecutrici di anime colpevoli, orridamente dipinte, si palesano, invece, in abiti dorati, aggraziate e leggiadre, quali configurazioni della moderna società che ancora a tratti confonde il fascino con la bontà d’anima e le Coefore in nero, le più conformi all’epoca che fu, ma con qualche vezzo piumato a testimonianza dell’ipocrisia di cui si fanno inconsapevoli foriere: il sogno di Clitennestra, il serpente bevitore di sangue e latte che raffigura, in realtà, la stirpe degli Atridi e il suo intento inesorabile.
Infine, Atena, la giudice in tailleur e tacchi, implacabile, ma giusta, che rimette la scelta del destino di Oreste nelle mani del popolo. La democratica precorritrice le cui azioni determineranno la nascita di un sistema giuridico che perdurerà nel tempo.
Mi chiedo se i puristi dell’arte drammatica avranno apprezzato questo teatro avveniristico ormai sempre più nelle corde dei registi contemporanei che scelgono di attualizzare il dramma umano, contraddicendo spazi e tempi, a dimostrazione del suo infinito perdurare, dimostrando che il vizio, la virtù e l’aspirazione sono impulsi antropici fin dai tempi antichi e questo, Eschilo, lo sapeva molto bene. E lo sa anche Livermore che fonda la morale del suo racconto sul sentimento di grandezza che è insito in ogni uomo, che seppur tartagliante di fronte alle ostilità, come nel caso specifico Oreste, di fronte a sua madre, sceglie sempre di risollevarsi.
Ode agli eroi, dunque, agli antichi, ai moderni, ai giudicanti e ai giudicati, ai vincitori e ai vinti, a chi decreta di non voler perdere sé stesso anche a costo della sua stessa vita.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]







