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Pachino, Marco morto a 19 anni, l’autopsia esclude droga: il padre Carmine chiede la verità

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A un anno dalla morte del giovane l’esame autoptico parla di insufficienza respiratoria per asma bronchiale e i familiari si oppongono all’archiviazione

Il nome del suo Marco ce l’ha tatuato sul collo, a caratteri cubitali. In quella zona del corpo in cui, quando Marco era neonato, se lo accucciava per trasmettergli tutto il senso dell’amore e della protezione che un padre possiede nei confronti di un figlio. Ma ora, Carmine, non lo può fare più. Marco non c’è da un anno, il suo cuore si è fermato a soli 19 anni. «Ha compiuto 20 anni mentre era dentro la bara – racconta in lacrime Carmine Gallo – e oltre alla sua vita, hanno provato anche a distruggere la sua dignità». A distanza di un anno è stato consegnato ai genitori del giovane l’esame autoptico in cui viene certificato il decesso per insufficienza respiratoria, poiché affetto da asma bronchiale, e non a causa di una intossicazione acuta da sostanze stupefacenti. Ora i genitori di Marco chiedono chiarezza, e lo fanno a gran voce dopo aver affidato ai propri legali la vicenda. Esiste una denuncia, per omicidio colposo nei confronti di ignoti, al momento il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione. Carmine, però, non ha pace. Vuole sapere se c’è qualcuno che ha responsabilità sulla morte di suo figlio.

La storia di Marco è nota in città. Giovanissimo, dal fisico scultoreo, era un atleta: praticava body building e calisthenics.  Era appassionato di musica, passione trasmessagli dal padre. Dopo gli studi, inseguiva il suo sogno di approfondire le crypto valute e, nel frattempo, faceva qualche lavoretto, per sbarcare il lunario. Nell’ultimo periodo della sua vita lavorare in un locale a Marzamemi. «Mio faglio era un ragazzo meraviglioso – Carmine descrive il giovane figlio – pacato, riflessivo, e non era un tossico». Era affetto da una lievissima forma d’asma e non ha mai avuto crisi acute «al punto da debilitarlo – spiega il padre – poiché ribadisco che era un atleta e si allenava per 5 giorni a settimana a ritmi elevati».

Il futuro sembrava nelle mani di Marco, che aveva una fidanzata e tantissimi amici che gli volevano bene (e gliene vogliono  ancora), perché Marco era uno che si faceva voler bene. Ospitava sempre tutti i suoi “soci” – così come si chiamavano tra amici – a casa. Proprio come quella sera terrificante. Quel 13 febbraio 2025, un giorno il cui solo pensiero non può non far rabbrividire Carmine Gallo.

«Marco era a casa con una ventina di amici – continua il padre – come facevano sempre. Erano un gruppo unito, preferivano restare a casa in tranquillità. Si divertivano con poco». La serata è andata come da programma: pizze, panini e uno spinello. Niente più. Nulla in più da poter giustificare intossicazioni da sostanze stupefacenti. E a testimoniarlo è il referto dell’esame autoptico. Poco dopo mezzanotte Marco ha accusato una crisi respiratoria, cominciando a chiedere aiuto alla fidanzata, alla sorella e agli amici. Quando hanno capito che la vicenda era seria, hanno contattato contemporaneamente i genitori e il 118. «Quando ho guardato negli occhi mio figlio – spiega mestamente Carmine – ho avvertito subito che era andato via». Carmine è impotente, poiché nulla ha potuto fare per strappare suo figlio alla morte. Ma, a parere suo e dei suoi legali, potrebbero emergere responsabilità.

La folle corsa in ospedale, quella notte, non è servita a nulla, «poiché Marco è arrivato già privo di vita – racconta Carmine Gallo».

Al decesso del giovane 19enne sono seguiti tutti gli accertamenti del caso da parte delle autorità: sono scattate le indagini da parte degli agenti del commissariato di polizia di via Tafuri, sono state fatte le perquisizioni di rito. Ed è partita una indagine, guidata dal pm Silvia D’Amico della procura di Siracusa. Il cuore di Marco si è fermato il 14 febbraio, nel giorno di San Valentino, il suo esame autoptico è stato disposto il 17, dopo 3 giorni. Il 21 febbraio, nel giorno in cui avrebbe dovuto festeggiare 20 anni, si trovava dentro una bara al suo rito funebre. La famiglia e gli amici, anziché festeggiarlo, gli hanno dato l’ultimo saluto.

E, il 14 febbraio 2026, dopo 365 giorni di dolore e disperazione, è arrivato l’esito dell’esame autoptico, in cui emerge chiaramente che il decesso di Marco non è riferibile ad una intossicazione acuta da sostanze stupefacenti, psicotrope o alcoliche. Era sotto effetto di cannabinoide: si era fumato una canna, che non causa certamente la morte. L’esame autoptico ha anche consentito di escludere in maniera certa la presenza di lesioni traumatiche, di patologie cardiache strutturali o di altre patologiche acute di natura diversa.

Per i medici legali che lo hanno firmato, non si ravvisano elementi tali da configurare una responsabilità professionale a carico dei sanitari del 118.

Per i familiari non è una consolazione, perché non esiste consolazione per ciò che è accaduto. L’esame è servito solo a dimostrare quello che Marco era: un bravo ragazzo.

La rabbia, invece, aumenta. E Carmine aspetta. Aspetta che, prima o poi, qualcuno gli dica in che modo è morto suo figlio. Gli spieghi in che modo può morire un 19enne, atleta, senza gravi problemi di salute. Un ragazzo meraviglioso.

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