Figure del Grand Tour a Siracusa

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]La tradizione letteraria europea ha fatto del Grand Tour una koinè, l’occasione di una straordinaria avventura conoscitiva e, al contempo, una forma d’iniziazione umana. Nel clima romantico, il viaggio esprimeva il percorso di “un’anima” alla ricerca del senso e l’esperienza del soggetto alla ricerca della propria individualità. Erfahrung traduce infatti “esperienza”, con quella radice, fahrt, che vuol dire “viaggio”. Il viaggio, viatico di quella Bildung (educazione, formazione) in cui il soggetto romantico s’immergeva nell’avventura del mondo, sfuggendo al proprio malessere esistenziale o ricercando la propria “forma”. Si pensi allo scrittore tedesco Johann Gottfried Seume e al suo “viaggio a piedi” da Lipsia a Siracusa nel 1802, o al poeta August Von Platen, morto per malattia a Siracusa nel 1835.

Goethe, Italienische Reise

Quando il 3 settembre 1786, Goethe fugge da Weimar verso l’Italia per ritrovare se stesso e la propria creatività artistica, il Grand Tour ha già da qualche decennio conosciuto quella che è stata definita la sua età dell’oro, ma è l’esperienza del trentasettenne artista tedesco a rappresentare il cuore di quella forma culturale che, attraverso il Voyage, darà corpo alla letteratura odeporica (il diario del viaggio come narrazione, racconto dei luoghi attraversati), che un enorme contributo ha offerto alla contaminazione linguistica tra le culture d’Europa, intrecciando più ambiti disciplinari: la letteratura, la storia dell’arte, l’architettura, l’antropologia, offrendo decisivi contributi alla storia delle idee.

Lasciandoci alle spalle Goethe, un viaggiatore certamente meno noto dell’autore del Faust, ma il cui lascito costituisce una sorta di contraltare al suo “Viaggio in Italia”, è stato Paul Yorck von Wartenburg, nobile prussiano, giurista, politico e raffinato filosofo, che nel 1891 attraversò l’Italia, visitando la Sicilia e Siracusa. Il resoconto di questo suo viaggio – Diario italiano – è una miniera di suggestive annotazioni di carattere estetico, politico-sociale ed antropologico. «Quando Goethe – scrive Yorck nel Diario – dice che l’Italia senza la Sicilia non offre affatto un quadro completo, in fondo ha torto. Non solo la natura della Sicilia è del tutto diversa, ma anche la schiatta degli uomini. Nel sud Italia, specialmente in Sicilia, ogni storicità è stata d’importazione. L’anima popolare è assolutamente astorica, incapace di lasciare un’impronta, ma indomabile come le onde del mare».

Johann Wolfgang Goethe

Yorck penetra dentro le vicende storico-politiche dell’isola cogliendo come esse abbiano segnato in modo indelebile le sue forme antropologiche. «Il siciliano è il prodotto di un territorio che non è un pezzo staccato d’Italia, che non ha mai fatto parte di alcuna parte del mondo in epoca storica, che è stato occupato da nord, sud, est, ma mai è stato assimilato, l’isola in cui niente è stabile se non il movimento, il non-stabile, dove un giorno distrugge quanto l’altro giorno ha costruito, dove vulcanismo e nettunismo sono continuamente all’opera, dove un giorno trasforma la storia di secoli». Come se questa mancanza di assimilazione per un sovraccarico di dominazioni marchiasse l’isola di una sorta di “falso movimento”, racchiuso nella frase del Gattopardo: «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

In modo lapidario, e conferendo alla sua indagine l’impronta di uno scavo antropologico – «bisogna essere in grado di percepire l’uomo, per poterne intendere il suo pensiero» –,Yorck affonda il coltello delle sue riflessioni nelle pieghe delle vicende storiche dell’isola, scandite da un’eterna, plurale dominazione. «A Siracusa – prosegue Yorck – ho sentito dire che attualmente la Sicilia, una volta granaio d’Italia, deve ricorrere

all’import del grano indiano e russo. Prima non era peggio, anzi era meglio, quando i preti, questi avvocati della salvezza dell’anima stavano in cima». E subito dopo, prefigurando un auspicabile orizzonte politico per l’isola, scrive: «credo sia estremamente difficile influenzare il popolo siciliano, in parte, naturalmente, anche per il fatto di essere stato sempre sotto governi stranieri e fino a poco tempo fa, ad eccezione di brevi periodi, sotto malgoverni o, se si intende la parola governo nel senso di adempimento di dovere, sotto nessun governo. Qui sarebbe necessaria una paterna tirannide con finalità sociale. Non parole e retorica, ma coltivazione del territorio, assistenza e promozione economica, politica doganale, utilizzazione delle risorse. Cosa diventerebbe con una globale cura economico-reggimentale!». Infine, con una forte invocazione etico-politica: «Bisogna che si elevi il sentimento di vita. Pane, al posto di parole». Un eccesso di dominazioni straniere, misto ad un deficit di influenze reali, sembra pertanto connotare il destino della Sicilia – il suo popolo, il suo “presente”. Un’isola, sì, suggestiva e ricca di un “portante passato”, ma sempre alla strenua ricerca della propria identità civile e politica. E, con una plastica immagine, Yorck non manca di cogliere una sorta di “erotismo tragico” nei tratti profondi di quest’affascinante e imprendibile Sicilia: «non appartenere ad alcuna parte del mondo ed essere appetita da ognuno è il destino tragico di quest’isola». Yorck sembra condensare l’ineffabilità della Sicilia. Carattere che le classi dirigenti isolane hanno volutamente trasvalutato, ancor più nel 900, anche al fine di (auto)giustificare i tratti di gelatinosità dell’isola: il suo baloccarsi nell’inerzia o nell’apatia sociale, a conferma di quella “servitù volontaria” che Étienne de la Boétie tratteggiava per tutti i sudditi, a metà del 1500.

Quasi per analogia, Sebastiano Aglianò, autorevole personalità della cultura siciliana, nel 1945 conferma tale antropologia nel suo “Cos’è questa Sicilia”, dipingendo l’isola come ingabbiata in una “antica paura”, che s’era alimentata nel suo popolo perché «schiavo delle forze occulte in cui le classi dirigenti lo hanno collocato», facendo della Sicilia “un’eterna malata”. Come se il “vuoto” o la vischiosità delle classi dirigenti avessero inchiodato l’isola nella condizione di irredimibilità che, qualche decennio dopo, Leonardo Sciascia le avrebbe affibbiato. L’impossibilità di una redenzione civile sembra connotare il destino di questa terra, che assiste impotente alla scelta di “quelli che evadono”, come ebbe a scrivere Pirandello. Forse ciò segna in modo indelebile quell’humus che conforma l’antropologia esistenziale di tantissimi siciliani, espresso in quel “nec tecum nec sine te vivere possum” (“né con te, né senza te posso vivere”), legandoli alla propria terra: sradicati, ma con l’anima inquieta, perché sempre rivolta con nostalgia all’isola e al pensiero del viaggio di ritorno.

 

Continua…………………….[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Roberto Fai”][/vc_column][/vc_row]

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