“Platone. Una storia di amore” di Matteo Nucci, edito da Feltrinelli, riesuma la figura del filosofo greco e, enfatizzando gli aspetti inediti e a volte inventati, la cala nel contesto
Il romanzo storico è stato presentato nello splendido cortile dell’ex liceo classico “Gargallo” da Fulvia Toscano, dirigente artistica di NaxosLegge, dopo l’introduzione di Fabio Granata, presidente dell’associazione “Art.9” e di Luigi Puzzo, presidente della Pro loco Siracusa. Il volume, che si apre con la disastrosa spedizione ateniese in Sicilia – tra il 415 e il 413 a.C. durante la Guerra del Peloponneso – trasuda “L’odore delle battaglie, la struggente coscienza del giorno che scolora, il turbamento dei demoni negli animi, l’ebbrezza del banchetto e della musica”. Nonostante primeggi la figura di Platone (Atene 428 a.C.), nel romanzo storico si impongono la figura di Alcibiade – politico e generale ateniese, una delle figure più importanti della guerra del Peloponneso – e una lunga serie di personaggi femminili, tra cui la sorella maggiore, Potone, che fu per lui una sorta di madre.
Durante la presentazione, è stata evidenziata la genialità dell’espediente narrativo utilizzato dall’autore il quale divide l’opera in tre grandi parti, ciascuna delle quali contrassegnata dallo stesso incipit “Dicono che…” a cui fa seguito “Omettono di dire che”; uno stratagemma mirato a restituire un quadro più aderente possibile al “vero storico” e al “vero poetico” e che Matteo Nucci presenta al lettore come una sorta di predestinazione. Nel libro, in cui ogni episodio è un’epifania e ogni singola pagina un’apocalisse, emerge anche “eros”, tema molto caro a Platone; quell’eros che non costituisce un sentimento romantico fine a sé stesso, ma che, attraverso i corpi, conduce alla conoscenza e alla trascendenza, a un’aspirazione verso qualcosa di mancante. Matteo Nucci, poi, sostituisce il termine “utopia” che pervade “La Repubblica” di Platone in cui il filosofo propone uno Stato ideale, una società governata dai filosofi-re, con “illusione”, poiché per il filosofo greco un governo simile era realizzabile. E infine, ribaltando la concezione imperante secondo cui a scrivere la Storia siano i vincitori, asserisce che i vincitori invece raccontano la Storia come un’azione moralmente giusta, depurandola dalle negatività. È un mattino d’estate del 415 a.C. su un masso che sporge sopra il porto del Pireo sono appollaiati quattro ragazzini. Il canto delle cicale copre il brusio della folla. C’è aria di festa, ma la guerra incombe e i quattro tacciono assorti. Tra loro c’è un dodicenne dallo sguardo febbrile. Si chiama Aristocle e, cinque anni più tardi, per via delle ampie spalle, prenderà un nome destinato all’eternità: Platone.










