“La prima indagine di Montalbano”, il reading teatrale portato in scena da Massimo Venturiello al “Garibaldi” di Avola, nel narrare il primo caso che il neo commissario, Salvo Montalbano, è chiamato a risolvere, ci restituisce, in una vivida Sicilia, il suo sguardo compassionevole sul genere umano
Salvo Montalbano – la creatura uscita dalla penna del compianto scrittore Andrea Camilleri – dopo un apprendistato in qualità di vice, ormai commissario viene destinato a Mascalippa, paese di montagna era e lui rischiava di nesciri pazzo. Grazie a una pidata che ci desi un ministro, per mezzo di Mary, la so zita, Salvo Montalbano poté andare in provincia di Montelusa.
“Quando arrivò a Vigata – da solo – la trovò suppergiù come se l’era stampata nella sua memoria; s’era scordato, però, dell’odore del porto, un misto d’acqua di mare ferma, di alghe marcite, di cordame infraciduto, di catrame cotto al sole, di nafta e di sarde, e se ne stette accussì a lonco a taliare i gabbiani fino a quando un brontolio alla vucca dello stomaco non gli fici prisenti che era arrivata l’ora di mangiari; l’aria di mare gli aveva smorcato l’appetito”.
Accompagnato dalle note struggenti dei mandolini suonati dai fratelli Buzi, Emanuele e Valdimiro, Massimo Venturiello, con una mimesi eloquente e approcci vocali oscillanti dal dramma alla farsa, ha evocato verosimilmente i personaggi che affollano la storia incentrata su certe vastasate. Una ragazza, Rosanna Monaco, “nel corpo, una fimmina fatta, ma di testa ‘na picciridda” fici la criata in quattro famigghie. E quando restò incinta – non si sa come e cu’ fu – la madre la fece abortire: “non bastava una buttana ppi figghia, macari un nipote bastardo, no”. La ragazza, ca si ni stava appujiata al muro del tribunale cu-ll’occhi sbarracati, aveva nella borsa un revorbaro, pp’ammazzari, forsi, a qualcuno.
In mezzo alla strada, c’era stata ‘na sciarra, un certo Giuseppe Cusumano aveva dato un pugno all’adorato nipote di Cuffaro. Il vigile, scantato di mittirisi contro la famiglia di mafiosi, aveva preso il nummero di targa della macchina dell’aggressore, ma l’ultima cifra l’aveva scritta sbagliata, perché era giusta così.
Nello spettacolo teatrale c’è la Sicilia di Camilleri che, baciata dal sole e leccata dal mare, è macari nostra. C’è la complessità dell’isola, la terra asprigna e quella fruttifera. “’U celu è na coperta arricamata, la luna fra li stiddi fa la spia e io la faccio a tia sta sirinata, cu sta chitarra e cu ‘sti sunatori. Genti ca siti cca, lassatimi, voglio cantà; genti ca siti cca, lassatimi, voglio cantà”. Sicilia mia, terra c’affossi e ca cunsoli, Sicilia mia, terra d’arduri e di duluri.




