Il primo appuntamento con “Immersioni d’autore”, il ciclo di conferenze che precederà alcuni spettacoli teatrali al “Garibaldi” di Avola, è stato dedicato a “Il teatro elisabettiano e Shakespeare”, la cui parabola letteraria e umana è stata inquadrata nel contesto storico
A soffermarsi sul più importante scrittore inglese, nonché il più eminente drammaturgo della cultura occidentale, in vista del monologo “Essere o non essere Shakespeare” di e con Sergio Vespertino – in programma il 21 dicembre alle 18,30 – è stata Francesca Parisi, già docente di latino e greco, accompagnata dalle letture degli attori Sergio Molino e Tatiana Alescio che è anche direttore artistico del teatro.
Francesca Parisi, nella sua premessa, ha spiegato come fino al 1500 l’unica letteratura teatrale fosse costituita dalle rappresentazioni sacre messe in scena nelle locande e nei cortili dei palazzi nobiliari. Poiché il passaggio da tale tipo di attività a quella laica abbisognava di un luogo ad hoc, prese forma il teatro. Sotto il regno di Elisabetta I, dunque, vennero costruiti i primi teatri: il primo, il più famoso, fu il Globe, andato letteralmente in fumo a causa di un accidentale incendio; successivamente, dopo la sua ricostruzione, lo stesso fu nuovamente distrutto dai combattenti – i sostenitori del Parlamento e quelli del re – durante la guerra civile inglese di Carlo I (1642-1649); soltanto nel 1997 venne rimesso su con il nome di “Shakespeare’s Globe”.
Il teatro elisabettiano – costituito da una grandissima piattaforma che fungeva da palcoscenico, coperta soltanto in parte da un tetto – non era dotato di un sipario che chiudesse la scena o dividesse in atti lo spettacolo il cui avvio veniva annunciato dal suono di una tromba. Il pubblico, che accorreva in massa, inoltre, era più interessato agli attori che agli autori, i quali cedendo i testi alle compagnie teatrali ne perdevano i diritti. Gli stessi spettatori erano rumorosi, poiché non solo potevano interrompere gli attori, ma anche insultarli – come avveniva con le commedie di Plauto. Il giorno in cui si teneva lo spettacolo veniva issata sulla struttura una bandiera il cui colore era indicativo del genere portato in scena: bianca per la commedia, nera per la tragedia, rossa per i drammi a carattere storico.
Francesca Parisi, dunque, nel sottolineare come il maggior rappresentante del teatro elisabettiano fosse proprio Shakespeare, ne ha evidenziato, innanzitutto, la vena poetica, manifestatasi con la stesura dei “Sonetti”, pregni delle tematiche inerenti l’amore, la morte, la fugacità della vita, l’eternità connessa all’arte, a cui in ambito teatrale aggiunse: il contrasto tra realtà e illusione, il sonno e la veglia, la brama e l’ambizione per il potere. Nella stesura delle tragedie, Shakespeare rinunciò alle unità aristoteliche cioè di tempo (al massimo 24h), di luogo e azione. Soltanto ne “La Tempesta” – tragedia della vendetta che si trasformerà in commedia del perdono – l’autore rispettò l’unità di tempo. Nell’Amleto, l’opera teatrale più lunga di Shakespeare, troviamo – come in Pirandello – il metateatro, che si manifesta tramite la “recita nella recita”. La relatrice ha comunque accennato a tutte le opere del drammaturgo inglese cogliendone i tratti salienti. “Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita”.










