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Cinema Aurora: “Lo Scuro”, la Sicilia in bianco e nero tra malattia mentale e superstizione

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“Lo scuru”, il film di Giuseppe William Lombardo, tratto dal romanzo di Orazio Labbate, è un’indagine a tinte horror sul binomio malattia mentale-superstizioni, che pervade ancora oggi la nostra cultura

Proiettato in anteprima al cinema “Aurora” alla presenza del regista, l’opera narra il viaggio di Raz (Federico Falco), un giovane affetto da incubi e a cui verrà diagnosticata la schizofrenia, nella sua terra natale, la Sicilia (il film è girato tra Butera e Gela).

Un viaggio in una Sicilia abitata da un male antico ed eterno – “questa è l’isola dello sconforto o tira vento o le campane suonano a morto” – dove il paesaggio, presenza inquieta, ed i volti, scavati nella pietra, sono immortalati superbamente da una fotografia in bianco e nero curata da Sara Purgatorio. Un viaggio che è anche un ritorno alle origini, alla scoperta di un passato generazionale tarlato da un morbo e torbido: “Mia nonna mi ha fatto qualcosa quando ero piccolo”, “Negli anni ’90, avete ucciso un pescatore?”, “Ma chi minchia ti nni futti di stu piscaturi?”.

Un film – fanno parte del cast Fabrizio Ferracane, Simona Malato, Vincenzo Pirrotta, Daniela Scattolin – che è custode delle tribolazioni – “l’uovo è il simbolo della vita, gli spilli simboleggiano i dolori” – e del modo in cui vanno affrontate.

Il regista, intervistato inizialmente da Lisa Romano, ha spiegato che “quando si è affetti da una malattia mentale, il convenzionale percorso con il terapeuta implicherebbe mettersi a nudo, motivo per cui ancora oggi, molte persone, di qualsiasi livello sociale e culturale, ricorrono a questo stratagemma. Lo spauracchio di subire il controllo di un’entità maligna – nel film l’uso della maschera è un espediente per non farsi riconoscere dal demonio – viene addirittura agitato nei confronti delle donne vittime della tratta nel caso in cui rifiutassero di prostituirsi. E in questo percorso di rivelamento e di rivelazione, non mi sono attenuto pedissequamente al libro di Orazio Labbate, pubblicato nel 2014 dalla casa editrice Tunué, perché volevo offrire al pubblico il mio punto di vista, che secondo me nell’universo cinematografico è ciò che più conta, e sollecitare qualche perché”.

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