Paolo Amenta e Mario Emanuele Alvano commentano l’ennesimo stop dell’ARS alla norma sui primi cittadini: “Avrebbe consentito di adeguare la disciplina sui mandati dei sindaci a quella vigente a livello nazionale”
La politica siciliana si spacca nuovamente sulla legge elettorale degli enti locali. L’Assemblea Regionale Siciliana (Ars) ha infatti bocciato, ancora una volta, la norma che avrebbe introdotto il terzo mandato per i sindaci in Sicilia, allineando di fatto l’Isola alle normative già in vigore nel resto del Paese.
La decisione di Palazzo dei Normanni ha scatenato la reazione immediata e durissima dell’ANCI Sicilia (Associazione Nazionale Comuni Italiani), che non usa mezzi termini per definire l’accaduto come un’autentica “anomalia normativa”.
A prendere posizione con una nota congiunta sono Paolo Amenta e Mario Emanuele Alvano, rispettivamente presidente e segretario generale dell’associazione dei Comuni siciliani. I vertici dell’ANCI evidenziano come il voto del Parlamento regionale vada in direzione ostinata e contraria non solo rispetto alle leggi nazionali, ma anche alla giurisprudenza.
«Prendiamo atto che l’Assemblea regionale siciliana ha bocciato ancora una volta la norma che avrebbe consentito di adeguare la disciplina sui mandati dei sindaci a quella vigente a livello nazionale – dichiarano Amenta e Alvano – e alle indicazioni più volte espresse, a tutela dei diritti fondamentali, dalla Corte costituzionale, da ultimo con la recente sentenza n. 16 del 2026 relativa alla legge regionale della Valle d’Aosta».
La bocciatura del terzo mandato apre una riflessione politica ben più profonda, che tocca il cuore stesso dello Statuto Autonomistico siciliano. Alla luce di quanto avvenuto in passato anche con la travagliata legge sulle “Norme riguardanti gli enti locali”, l’ANCI lancia una pesante provocazione alla politica regionale.
L’esito di questa ennesima votazione, infatti, induce i sindaci a porsi pubblicamente due domande fondamentali:
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È davvero utile ai territori mantenere una “specialità” in materia di ordinamento degli enti locali se questa produce solo norme in contrasto con l’impianto costituzionale?
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Sarebbe forse più saggio prevedere un sistematico adeguamento alle leggi approvate a Roma?
L’ostinazione nel voler mantenere regole diverse dal resto d’Italia, secondo l’Associazione dei Comuni, si traduce in danni concreti per le comunità. Le conseguenze dirette di queste discrepanze normative sono i continui conflitti interpretativi, le incertezze applicative e un sistematico contenzioso nei tribunali amministrativi.
Tutto questo dispendio di energie e risorse finisce inesorabilmente per ricadere sui bilanci dei Comuni e, in ultima istanza, sulle tasche e sugli interessi degli stessi cittadini.
«Questo è l’interrogativo che dobbiamo avere il coraggio di porci d’ora in avanti», conclude amaramente il presidente Amenta, lanciando una sfida aperta alla classe dirigente della Regione.





