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Ponte sullo Stretto, l’Anac avverte: la gara va rifatta. L’opposizione chiede una svolta al governo

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Il presidente dell’Anac Busia conferma in Senato che il valore dell’appalto è cresciuto del 248%, superando la soglia europea oltre la quale la procedura va ricominciata da capo, mentre M5S e Pd denunciano violazioni del diritto comunitario

Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, ha confermato in audizione alla commissione Ambiente del Senato quello che una parte dell’opposizione sostiene da mesi: l’appalto per il Ponte sullo Stretto, con un incremento del valore stimato del 248% rispetto alle previsioni originali di quindici anni fa, supera abbondantemente la soglia del 50% prevista dalla direttiva europea 2014/24/UE, oltre la quale la procedura di gara deve essere rifatta.

A raccogliere l’intervento di Busia sono stati il deputato del Movimento 5 Stelle Agostino Santillo e i senatori del Partito Democratico Antonio Nicita e Nicola Irto e la senatrice pentastellata, Ketty Damante, che hanno parlato con toni convergenti, pur da angolazioni diverse.

Santillo ha puntato il dito sull’amministratore delegato della Società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, accusandolo di procedere con la stessa sicurezza di chi ignora le obiezioni sollevate da più parti: “La direttiva appalti Ue è dichiaratamente violata, ma in fondo chi se ne frega”, ha detto il deputato pentastellato, ricordando anche il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata segnalato dallo stesso Busia. Santillo ha fissato il punto politico in modo diretto: o il governo torna sui propri passi e rifà la gara, o il dossier si chiuderà senza che un cantiere venga mai aperto.

I senatori dem hanno allargato il quadro, sollevando anche il profilo anticoncorrenziale dell’operazione. Secondo Nicita e Irto, non rifare la gara significa escludere imprese potenzialmente concorrenti, con il rischio concreto di configurare un aiuto di Stato illegittimo a favore del raggruppamento già aggiudicatario. I due parlamentari hanno anche ricordato che i lavori risulterebbero ora slittati al 2030 e che le risorse originariamente previste per il 2026 e il 2027, provenienti dai Fondi sviluppo e coesione delle Regioni, sarebbero state dirottate per abbattere il debito di Rete Ferroviaria Italiana.

Damante ha detto che “Mentre si gigioneggia sulle procedure, rimane comunque desolante vedere un governo inerme sul fronte economico che si permette il lusso lezioso di tenere 15 miliardi opzionati per un’opera la cui progettualità è scritta sulla sabbia. E i cui costi – come ha evidenziato la Corte dei Conti – sono decisamente sottostimati”.

Il governo, per ora, non ha cambiato posizione: l’obiettivo dichiarato resta quello di chiudere l’iter procedurale entro l’estate e avviare i cantieri entro fine anno.

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