Marco Castello racconta l’album d’esordio “Contenta tu”

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È uscito in questi giorno “Contenta Tu” il primo album di Marco Castello, musicista siracusano classe 93. Un diploma in tromba jazz a Milano e tante esperienza in giro per il mondo. Un album sincero, divertente, profondo e intrigante dove i i suoni del mondo si mescolano agli scorci di Siracusa.

Iniziamo da te, negli ultimi anni hai girato il mondo suonando con Erlend Øye e con la sua “Comitiva” ma non tutti sanno che quella per la musica è una passione che coltivi da tanto tempo. Vuoi raccontarci la tua storia?

Il primo ricordo è da molto piccolo, suonavo i bonghetti di mio padre con mia sorella ascoltando dei cd, poi a casa c’era il pianoforte, mio fratello aveva la chitarra e mi ha insegnato i primi accordi, papà da giovane suonava la batteria e batteva sul tavolo, la mamma suonava la chitarra e cantava le canzoni degli scout, non avevo scampo. A 11 anni ho cominciato a studiare la tromba alla banda e a imbucarmi nei gruppi di mio fratello e poi durante le superiori ho avuto una decina di gruppi come batterista pop-punk, reggae, metal, qualsiasi cosa fosse disponibile all’Arsonica. Praticamente passavamo più tempo con Ciccio Bellìa piuttosto che a studiare ed è stata una formazione meravigliosa. Dopo il liceo sono andato a Milano e mi sono laureato in tromba jazz alla Civica.

L’esperienza con un musicista internazionale come Øye deve essere stata molto formativa. Quanto ha cambiato il tuo approccio alla musica?

Più che cambiarlo lo ha arricchito e al tempo stesso semplificato, senza che lui pretendesse mai che io rinunciassi a nulla del mio linguaggio, ho imparato ad apprezzare i volumi bassi, a stare insieme e a suonare ascoltandoci per fare uscire la magia, ad avere groove anche senza nessuna percussione, a stare in studio e fare attenzione a tutti i dettagli, ad abbandonare la rincorsa morbosa del virtuosismo (che è stata una gran liberazione anche perchè non sono mai stato cosa). 

Quando e dove hai inciso i brani di “Contenta tu”?

A partire da settembre 2017, dopo la laurea ero abbastanza devastato dalla consapevolezza di non essere il trombettista a cui ambivo, quindi sono tornato a Siracusa e in attesa di capire cosa fare ho cominciato a lavorare in un pub. Lì ho capito che qualsiasi altro lavoro al di fuori della musica, con una routine e dei ritmi fissi, mi avrebbe ammazzato e quindi ho capito che a costo di finire sotto un ponte avrei provato a fare il musicista. Ho cominciato a scrivere canzoni in italiano un po’ a presa in giro un po’ per esperimento un po’ per sfogo e poi ho scoperto che mi divertiva, e quelle canzoni poi sono tutte finite in questo album.

Siracusa è molto presente nei tuoi testi, tra ricordi di scuola, delusioni, scorci con tramonti mozzafiato e problemi cronici che la soffocano. Come ti sei approcciato a questa tematica.

Sono sempre stato un criticone e tornando da milano mi sono reso conto di tutta la bellezza che la maggior parte dei siracusani ignora, o peggio, delle bellezze e delle glorie passate dietro cui ci nascondiamo, che in nessun modo sono merito nostro, il cui vanto porta pure qualcuno a definirci addirittura come “grecia d’occidente” (che di per sè è parecchio triste) piuttosto che provare a meritarci una modesta dignità di comunità oggi. Questa sensazione è di grande ispirazione perchè soddisfa anche il mio bisogno di lamentarmi e di fare ironia. E a parte tutto mi invento molto poco nelle canzoni e volente o nolente le storie che racconto le ho vissute a Siracusa.

Il Villaggio Miano, la Fiera del Sud, la Cittadella, i torpi, i puppi, nei tuoi testi fanno spesso capolino termini dialettali che legano ancora di più la tua poetica alla città. 

Un po’ ho cavalcato il luogo comune dei nomi di città nelle canzoni italiane degli ultimi dieci anni, un po’ mi piaceva fare finta di poter universalizzare le eccellenze locali. Per quel che riguarda il linguaggio invece ho cercato di scrivere nella stessa maniera in cui parlerei, ho un ribrezzo per la poesia forzata e i romanticismi ricercati.

Tu hai una formazione jazz e ascoltando i tuoi brani, si rimane colpiti dalla freschezza delle armonie e dagli arrangiamenti che travalicano molti cliché. Ci sono echi di Concato, di Pino Daniele e perfino di Alan Sorrenti. Quali sono stati i tuoi riferimenti musicali?

Quasi tutti sono derivati dalle cose che mi sono rimaste impresse dai miei ascolti, non ho mai pensato di fare un pezzo alla sorrenti o alla battisti, piuttosto se una cosa ti è piaciuta e provi a fare qualcusa di tuo, in primis dovrà piacere a te, e per piacerti allora somiglierà molto probabilmente a quello che ti è piaciuto. Altre volte ci sono riferimenti che ho voluto palesemente buttare sui pezzi come tributo o come sfida a chi li sgama o solo come citazione. In pratica di mio non c’è niente, voglio truffare la Siae.

Ti sei accasato con la 42 Records, che oltre ad essere una delle etichette “indie” più in voga del momento, pubblica anche gli album di Colapesce. È una coincidenza o vi siete sentiti?

Nel 2017 avevo mandato i primi due pezzi alla 42 Records che non mi ha preso in considerazione di striscio, poi Colapesce mi ha raccomandato e si sono ricreduti.

Con l’augurio che presto si possa tornare a suonare dal vivo, quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Mi piacerebbe fare tantissimi live e invogliare i musicisti siracusani a smetterla di fare coverband e a lasciarsi ispirare da tutte le meravigliose contraddizioni che abbiamo attorno per fare musica originale. 

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