Aggiornato al 09/03/2026 - 19:47
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L'analisi

Iran, petrolio e BRICS: la guerra dell’Impero americano per non perdere il dominio globale

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Dietro la guerra “per liberare l’Iran” si nasconde l’ennesima battaglia per la sopravvivenza dell’egemonia americana in crisi – A cura di Massimo Reina

Adesso che le bombe cadono anche sull’Iran, la propaganda è già pronta. Si parla di liberare il popolo iraniano dalla tirannia degli ayatollah. Di aiutare una nazione oppressa. Di esportare – come sempre – quella democrazia che curiosamente viaggia quasi sempre a bordo di bombardieri Made in USA.

È il copione più vecchio della geopolitica occidentale: prima il nemico assoluto, poi la guerra morale, infine la ricostruzione “guidata”. Un film già visto in Iraq, già visto in Libia, già visto in Siria, per certi versi in Venezuela e in decine di altri posti in ogni angolo del globo. Ma dietro la retorica della liberazione si muovono interessi molto più concreti.

Il primo è geopolitico. L’Iran è uno dei pochi grandi paesi del Medio Oriente che non rientra nell’orbita strategica americana. Se Teheran venisse piegata militarmente o destabilizzata politicamente, l’intero equilibrio della regione cambierebbe. Washington si ritroverebbe con un Medio Oriente quasi interamente sotto la propria influenza, come già accaduto dopo le guerre in Iraq o con i tentativi di rovesciare il governo siriano.

Il secondo obiettivo è economico. L’Iran possiede alcune delle più grandi riserve di petrolio e gas del pianeta. In un mondo dove l’energia resta il vero carburante del potere, controllare quelle risorse significa controllare una fetta enorme del futuro energetico globale. Non è la prima volta che accade: le guerre moderne spesso iniziano con parole come libertà e sicurezza, ma finiscono sempre nei pressi di un giacimento.

Il terzo obiettivo è strategico globale. L’Iran non è solo petrolio. È uno snodo fondamentale delle nuove rotte commerciali eurasiatiche e un partner chiave del blocco dei BRICS, l’alleanza economica che riunisce potenze emergenti come Russia, Cina e India e che punta a costruire un sistema economico alternativo a quello dominato dagli Stati Uniti. Indebolire Teheran significa colpire anche quella rete economica nascente che Washington guarda con crescente preoccupazione. Perché il vero contesto di questa guerra è uno solo: il declino relativo della potenza americana.

Gli Stati Uniti non sono più la maggiore forza militare del pianeta, e non sono più l’unica potenza globale. Il mondo sta diventando multipolare. E la storia insegna che quando gli imperi iniziano a perdere terreno raramente lo accettano serenamente. Spesso reagiscono con ciò che conoscono meglio: la forza.

Così le crisi diventano guerre, le guerre diventano interventi e gli interventi vengono raccontati come missioni per la libertà. Il risultato però è sempre lo stesso. Le potenze giocano la loro partita globale. E sotto le bombe restano, ancora una volta, le città e i civili.

Il protocollo Gaza e la guerra dell’impero stanco

Prima Gaza. Adesso l’Iran. Cambiano le città, cambiano i pretesti, ma il copione resta identico. È quello che oggi potremmo chiamare protocollo Gaza, marchio di fabbrica dell’attuale Israele, che lo ha imparato dagli Stati Uniti: bombardare aree urbane, colpire infrastrutture civili, radere al suolo quartieri e poi spiegare tutto con la formula preferita della geopolitica occidentale: lo facciamo per la sicurezza, per la democrazia, per liberare i popoli.

A Gaza il mondo ha visto cosa significa questo metodo: città devastate, ospedali distrutti, civili sotto le macerie. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha difeso quelle operazioni come necessarie alla sicurezza di Israele, mentre un suo ministro arrivava a definire i palestinesi “non esseri umani”, si compivano assassinii mirati, come quello del calciatore palestinese Suleiman al-Obeid o gesti orribili come quello dell’atleta israeliano Ido Peretz che prima di una gara ha mimato uno sgozzamento. Quando si arriva a questo punto del linguaggio politico, la follia, la guerra contro i civili diventa improvvisamente più facile da spiegare e perfino da giustificare.

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