[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Per parlare della storia dell’autonomia speciale della Regione Sicilia ci vorrebbero libri o forse enciclopedie. Non è nostra intenzione muoverci su questo terreno. La domanda che ho posto, tempo fa su questo giornale, era questa: a cosa è servita l’autonomia speciale per i siciliani? A questa domanda hanno risposto in tanti (intellettuali come Pippo Astuto, e Paolo Fai, la bravissima Annalucia Valvo o semplici cittadini (Salvo Baio, Antonio Merenda) e tante semplici persone interessate al nostro futuro.
Non ha risposto nessun parlamentare né regionale né nazionale, probabilmente perché in altre vicende affaccendati o semplicemente perché non sapevano cosa dire, o più semplicemente per ignoranza. Una vergogna solo siciliana!
Per ciò che mi riguarda io voglio solo dire la mia, con molta umiltà, ma con un giudizio pesante sulla classe dirigente regionale. Per quello che può valere è la mia opinione personale, maturata dentro le istituzioni e dentro i partiti. La mia personale idea si basa sui seguenti concetti basilari: 1) la concessione dell’Autonomia è stata estorta allo stato centrale con la creazione di bande secessioniste e del banditismo sociale da parte della vecchia classe dominante (gli agrari e la mafia); 2) l’Autonomia ha dato segni di particolare attività negli anni ’50, anche tramite la creazione della Casmez; 3) la classe dirigente siciliana, almeno a partire dagli anni ’80 è stata assolutamente subordinata, perché priva di un proprio orizzonte culturale, agli interessi del Nord; 4) l’attuale autonomismo non è volano di sviluppo (potrebbe esserlo con un nuovo statuto, essendo al centro del Mediterraneo nel confronto con l’Africa ed i paesi in via di sviluppo, come dice l’on. Egidio Ortisi e A. Lucia Valvo), ma uno stipendificio e un centro di sperpero incredibile di risorse; penso alla formazione, ai forestali, al clientelismo sfrenato e al comparaggio di clan mafiosi. La Sicilia, come fardello dello dell’economia nazionale
Solo per frammenti: l’Autonomia speciale è quella particolare forma di governo della Regione Siciliana che fu concessa il 15 maggio 1946 dal re Umberto II di Savoia, disciplinata da uno Statuto speciale, inserito come art. 116 nella Costituzione Italiana, che l’ha dotata di una ampia autonomia politica, legislativa, amministrativa e finanziaria, quasi uno stato nello stato. Con poteri propri in materie come beni culturali, agricoltura, ambiente, pesca, enti locali, territorio, turismo, polizia forestale.
Le prime elezioni regionali, che si svolsero il 30 aprile 1947, e che videro una grande vittoria del blocco del popolo, (socialcomunisti), hanno caratterizzato da allora subito quale avrebbe dovuto essere il ruolo della Sicilia nel futuro: autonomia senza sviluppo. Infatti l’indomani a Portella della Ginestra vennero massacrati dalla mafia per mano di Salvatore Giuliano, decine di contadini che celebravano la festività del primo maggio. Una ferita che non si è ancora cicatrizzata, perché ci ricorda visivamente la divisione della Sicilia tra la mafia del latifondo e le condizioni miserevoli, incivili, servili dei braccianti e dei contadini senza terra e senza protezioni.

Ci sono stati solo pochi e significativi periodi di grande ed esaltante risveglio politico (penso alle leggi sullo sviluppo dell’industria in Sicilia negli anni ’50; l’esperienza, pur contrastata di Silvio Milazzo, il periodo di Mattarella o di Nicolosi, i periodo dei sindaci degli anni ‘90) ma in genere siamo stati succubi di culture altrui, del grande padronato pubblico e privato delle multinazionali della chimica o della raffinazione, succubi della cultura dei poteri romani, asserviti alle logiche di sviluppo capitalistico imprenditoriale del Nord; siamo vissuti stretti tra la ferocia della strategia mafiosa, che per anni ed anni era insediata a palazzo D’Orleans, cioè nel cuore della politica siciliana, e la disoccupazione di massa, che non ha lasciato speranze ai nostri figli e ai nostri ragazzi; stretti tra il ricatto dell’occupazione e l’inquinamento ambientale ed atmosferico, che proprio nella nostra zona registra il più alto tasso di incidenza tumorale (+10% su scala nazionale), perché pur di lavorare, pur di portare a casa un pezzo di pane abbiamo lavorato in mezzo ai veleni e alle intossicazioni maleodoranti delle ciminiere; abbiamo utilizzato male la nostra autonomia, venduta per proteggere privilegi offensivi per noi stessi siciliani: le retribuzioni dei dipendenti regionali sono stati e sono uno scandalo insopportabile; i privilegi dei ricchi e dei nostri rappresentanti suonano come una beffa irridente nei confronti della marea di disoccupati e dei giovani laureati che prendono di nuovo la valigia, magari oggi non più di cartone, come quelle dei nostri antenati, e partono in esilio o a Londra o a Berlino o in America. Le differenze economiche sono scandalose e gridano vendetta.
L’autonomia speciale concessa alla Sicilia è stato il velo, il paravento, con il quale le classi dirigenti hanno difeso antichi e nuovi privilegi, hanno dilapidato risorse immense per costruire il castello di un vasto consenso, attraverso un sistema di scambio voto/favore oppure voto/lavoro, che ha pesantemente condizionato la vita politica e sociale dell’isola per decenni
L’autonomia, che pure nacque dalla necessità di colmare cento anni di disattenzioni e di trascuratezza, se non di vero e proprio abbandono dello stato unitario, non ha raggiunto gli obiettivi di sviluppo sociale, che pure nelle intenzioni dei costituenti, (almeno di quelli più avvertiti) erano ben presenti. La logica ‘riparazionista’ di Giuseppe la Loggia, la volontà di accogliere molte delle tesi rivendicazioniste nei confronti dello Stato, la sconfitta del sicilianismo degli indipendentisti e dei secessionisti, ma anche il disegno politico delle classi dominanti del tempo (gli agrari, in primo luogo) formarono un blocco unito, ma non coeso, che riuscì ad ottenere la concessione per la Sicilia di una Autonomia amministrativa e legislativa in moltissime funzioni, che la Costituzione aveva attribuito come competenza allo Stato centrale.

Negli anni del dopoguerra e forse fino alla fine degli anni ’70, in qualche modo l’autonomia siciliana ha cercato di mantenere un proprio profilo, anche separato e sganciato dalle scelte politiche nazionali, come dimostrò tutta la legislazione dei primi anni ’50 in favore di propri strumenti economici e finanziari (l’IRFIS, in primo luogo, ma poi anche la Sicilia imprenditrice degli anni ’60 e ’70, con le sue partecipate o controllate AZASI, ESPI, ESA, EMS, l’Ente minerario di Graziano Verzotto). Le leggi di sostegno all’agricoltura con lo spezzettamento delle proprietà fondiaria e con la concessione delle terre ai contadini, il sostegno alle attività industriali, che si svilupparono in maniera sorprendente nel litorale di Augusta-Siracusa, poi nel tratto del mare di Gela, di Milazzo sono lì ad indicare che l’impegno della Regione, pur subendo più che promuovendo un tipo di sviluppo imposto dalle grandi aziende del Nord, si poneva l’obiettivo di uno sviluppo autonomo, per indicare una via di sbocco agli enormi secolari problemi dell’isola.
L’autonomia degli anni Ottanta in Sicilia è stato non un processo in avanti, ma una regressione, che ha portato l’isola di fronte ad un bivio da brivido: o fallire, perché le spese anche solo per un ordinato svolgimento dei compiti affidati alla Regione sono diventate più alte ed incontrollate delle entrate, spesso fittizie, oppure affrontare una severissima cura dimagrante, con spese oculate e mirate, recidendo il cordone ombelicale con le clientele, i parassitismi, gli affarismi, il gattopardismo delle classi dominanti, che è la vera malattia innata nella natura dei potenti di Sicilia.
In un articolo comparso su Res Salvatore Butera Ha spiegato “l’autonomia regionale non solo non è servita a nulla ma ha creato un sistema soffocante di impiego pubblico. Il sogno di Sturzo, di Ambrosini, di Alessi, di Aldisio è finito in un incubo per la Sicilia e i siciliani. E dire che Sturzo pochi mesi prima di morire (agosto 1959) ad appena dodici anni dalla prima applicazione dello statuto se ne era accorto. In un Appello ai siciliani del marzo 1959, dapprima egli ricorda con straordinaria lucidità che fin dagli albori dell’autonomia l’opinione pubblica italiana ha guardato alla Sicilia come a “una terra estraniata da tenersi sotto osservazione.” Alla Regione, aveva detto ancora Sturzo, hanno preso l’aria di ricopiare il Governo e il Parlamento nazionali. E poi è sopraggiunta la partitocrazia che ha infettato la nazione. Il povero Sturzo concludeva mestamente: la Sicilia ne fu sopraffatta. Ma resta il fatto che in un’epoca che oggi appare quasi mitica, il principale ispiratore dell’autogoverno regionale, avesse intuito la strada sbagliata su cui ci si stava avviando”.
Il giudizio sull’autonomia può sembrare molto pesante e, per alcuni versi, lo è; ma credo sia ormai communis opinio, un fatto oggettivo, del quale bisogna prenderne atto. Tuttavia, le vicende siciliane diventano incomprensibili se non sono inquadrate sempre nel contesto nazionale. Ed il contesto di allora, nel secondo dopoguerra, porta diritto all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (legge n.646 del 10 agosto 1950).
La Cassa fu modellata sull’esempio delle cosiddette leggi speciali del periodo unitario, quando per fronteggiare gli squilibri di ordine economico-sociale e le disfunzioni degli enti territoriali le classi dirigenti avevano reso più agevole la direzione effettiva ed il controllo incisivo della pubblica amministrazione, centrale e periferica attraverso provvedimenti speciali, che venivano limitati nel tempo e prevedendo un intervento verticale dell’apparato amministrativo. Così era avvenuto con le leggi per Roma capitale e poi con Napoli, colpita dal colera nel 1895. Ma fu soprattutto Francesco Saverio Nitti, che pur essendo un deciso assertore delle idee liberiste, comprese che per innescare processi di sviluppo in determinate zone, coinvolgendo anche le élite locali nell’elaborazione e nella gestione dell’intervento speciale, bisognava investire denaro pubblico per la creazione delle infrastrutture necessarie (energia elettrica, strade, acquedotti). Egli fu il primo a teorizzare che la soluzione decisiva del problema meridionale non dipendeva tanto dalla trasformazione sociale delle campagne, quanto dall’industrializzazione anche del Mezzogiorno. E così per la prima volta veniva individuata una strategia diversa da quella degli sgravi fiscali o di cambiamento del quadro legislativo nazionale, attraverso lo strumento della legislazione speciale, appositamente mirata a promuovere lo sviluppo industriale anche delle regioni meridionali e a correggere gli effetti distorsivi e squilibranti prodotti dalla legislazione ordinaria e dallo sviluppo capitalistico nazionale. Su questa falsariga si mossero anche i legislatori successivi, Giolitti creò gli uffici speciali, fino al periodo dell’istituzione della Cassa. Essa era – Ha spiegato il prof. Giuseppe Astuto[1] – “un ente autonomo di diritto pubblico esterno all’amministrazione, nato come istituto transitorio con un preciso programma a termine. Fu concepito in circostanze eccezionali, ma sopravvisse di gran lunga a quelle circostanze contribuendo a trasformare le regole della ‘straordinarietà’ in elementi strutturali del modello di sviluppo del capitalismo italiano del secondo dopoguerra. Le circostanze eccezionali furono diverse. Innanzitutto, le politiche degli USA e della banca mondiale in quegli anni erano favorevoli alla ricostruzione dell’Europa e allo sviluppo delle aree depresse del mondo (il cosiddetto Piano Marshall). In secondo luogo, in secondo luogo, gli ideatori di questo intervento statale (Donato Menichella, Francesco Giordani, Pasquale Saraceno) godevano di grande prestigio internazionale. Cresciuti negli anni trenta, questi tecnocrati, tramite la SVIMEZ (Associazione di studi per il Mezzogiorno), collaborarono con i giovani economisti influenzati dal pensiero sociale del cattolicesimo (importante è l’influsso di Dossetti). Infine l’impegno dei governi democristiani, guidati da De Gasperi, per l’azione pubblica meridionalista riesce a coinvolgere in questo progetto tecnocratico il mondo imprenditoriale italiano”.
I successi della Cassa soni innegabili. Un mare di denaro pubblico si è riversato sul Mezzogiorno, quale mai era avvenuto prima. Gli investimenti per le risorse idriche e viarie, nonché le opere di costruzione, bonifica e sviluppo industriale hanno dato sicuramente un buon risultato; hanno modificato lo stile di vita di milioni di persone; hanno permesso a talune zone del Mezzogiorno di irrompere nella modernità; hanno creato l’immagine di un paese unito, pur nella contraddittorietà degli esisti previsti; nord e sud, uniti nella lotta, è stato lo slogan di una certa sinistra negli anni ’70; si è ridotta, ma non è scomparsa, l’idea di un nord operaio ed un sud agricolo, come sinonimi rispettivamente di civiltà e di arretratezza.
E così la Cassa è tramontata malinconicamente travolta dagli scandali ed ha rappresentato il maggiore esempio di corruzione e di interessenza fra affari, politica e malavita nel Sud. Da allora, purtroppo, il Mezzogiorno è identificato dalla comunità nazionale come il luogo fisico del fallimento dello Stato, delle sue politiche pubbliche e dei relativi sprechi.
Non parlo degli ultimi tempi né tanto meno posso non avere i brividi, pensando alla distruzione sistematica che il governo Musumeci farà con i fondi del PNRR, allargando ancora di più il fossato tra l’Europa e in nord dell’Africa, cioè la Sicilia. La colpa? È io penso dei Siciliani rassegnati, fatalisti, abituati al clientelismo e ad una visione troppo individualista. La classe dirigente, alieni extraterrestri, continuerà ancora indisturbata nelle sue abituali attività di noncuranza e di ricerca di benessere proprio.
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